Rileggendo Morte a credito di Louis-Ferdinand Céline

Al contrario di quanto avviene con i miei film preferiti, che guardo e riguardo a scadenze regolari al punto da conoscerne ormai tutte le scene e tutte le battute a memoria, mi capita molto raramente di riprendere in mano un romanzo che ho già letto. Questo un poco mi rincresce, perché sono sicuro che ripercorrere certe pagine, soffermarmi su certi passaggi, riassaporare certi dialoghi, mi farebbe notare alcuni particolari che a una prima scorta avevo trascurato, e probabilmente riconsiderare l’opinione che mi ero fatta dell’intero libro. Eppure lo stupidissimo desiderio di novità, lo stesso che spinge milioni di persone a cambiare cellulare ogni due anni, finisce sempre con il trionfare sui miei propositi migliori.

Il mese scorso, tuttavia, ho deciso di tornare su una vecchia lettura, risalente all’epoca in cui ero iscritto all’università : dovevo infatti avere poco più di vent’anni quando mi cimentai per la prima volta con Morte a credito dello scrittore francese Louis-Ferdinand Céline. A farmi venire voglia di riscoprire questo poderoso romanzo di quasi seicento pagine, edito nella sua versione italiana da Garzanti, è stato un evento che lo scorso anno ha provocato un terremoto nel mondo letterario francese, e che ancora oggi continua a mobilitare giornalisti e storici della letteratura.

L’inizio della faccenda risale al 4 agosto 2021, quando il quotidiano Le Monde rivelava la scoperta di una mole considerevole di scritti inediti di Louis-Ferdinand Céline, migliaia di fogli redatti a mano che l’autore aveva abbandonato nella sua dimora parigina nel giugno del 1944, allorché lo sbarco delle truppe alleate in Normandia l’aveva costretto a fuggire dal proprio paese. Perché lui, il Dottor Louis Ferdinand Destouches, medico condotto con il vizio della letteratura, meglio conosciuto nell’ambiente editoriale sotto lo pseudonimo di Céline, al momento dell’occupazione nazista della Francia si era schierato dalla parte sbagliata : razzista e apertamente antisemita, durante la seconda guerra mondiale aveva scelto di collaborare con gli invasori tedeschi.

E dire che il suo romanzo d’esordio, Viaggio al termine della notte, pubblicato nel 1932 a 38 anni e divenuto presto un successo internazionale, era stato accolto come una critica al sistema coloniale e al pensiero militarista, tanto da meritargli la stima di diversi intellettuali politicamente schierati a sinistra – il poeta comunista Louis Aragon aveva persino insistito affinché fosse tradotto in russo per essere letto dagli amici bolscevichi. Ma la sua reputazione di scrittore umanista, cui forse stentava a credere lui stesso, aveva iniziato a vacillare pochi anni dopo, quando di ritorno da un viaggio in Unione Sovietica si era scagliato contro l’ideologia marxista, giudicata incompatibile con l’egoismo connaturato all’essere umano, mentre la pubblicazione nel 1937 del pamphlet Bagatelle per un massacro aveva infine svelato il suo profondo odio razziale.

Altro che pacifismo e fraternità tra i popoli ! Ce l’aveva con gli occitani, i neri e gli arabi, Céline, ma soprattutto ce l’aveva gli ebrei, nutriva nei loro confronti la stessa diffidenza e lo stesso disprezzo che erano stati all’origine del celebre Affare Dreyfuss, e questo era per lui quasi motivo d’orgoglio. Quando allora l’esercito di Hitler aveva occupato la capitale francese, nel giugno del 1940, egli non aveva esitato a esprimersi favorevolmente nei riguardi del nuovo regime, appoggiando le misure discriminatorie verso i cittadini di confessione ebraica, e la questione è ancora aperta se non abbia addirittura lavorato come agente della propaganda tedesca.

Al di là però dei sospetti tuttora al vaglio degli studiosi di storia, Louis-Ferdinand Céline si era troppo compromesso con affari equivoci e personaggi loschi nella Parigi sotto il giogo nazista, sicché alla liberazione della Francia occupata non gli era rimasta che la via dell’esilio : in fretta e furia si era spostato in Germania, poi in Danimarca, lasciando nel proprio appartamento di Montmartre mille cianfrusaglie e carabattole, tra cui l’enorme pigna di documenti personali e testi ignoti al pubblico. Sono questi, rinvenuti a quasi ottant’anni dalla loro scomparsa dal giornalista Jean-Pierre Thibaudat, ad aver infiammato cronisti e critici letterari, nonché fatto la gioia dei tantissimi lettori dello scrittore maledetto, i quali possono già trovare sugli scaffali delle librerie francesi le stampe del suo romanzo inedito Guerra.

Nel grande polverone recentemente suscitato attorno al redivivo Louis-Ferdinand Céline, confesso, anch’io mi sono lasciato coinvolgere, ma invece d’interessarmi ai suoi testi inediti in fase di pubblicazione ho preferito fare un passo indietro, recuperare una vecchia lettura di cui serbavo un ricordo molto vago e a dire il vero neanche troppo piacevole ; ancora giovanissimo, infatti, dopo l’estasi della scoperta di Viaggio al termine della notte, tutt’oggi uno dei miei libri preferiti, avevo tentato l’impresa del suo secondo grande romanzo, Morte a credito per l’appunto, e ne ero rimasto abbastanza deluso.

Probabilmente non ero pronto, a vent’anni o poco più, ad affrontare la prosa destrutturata, il raccontare confuso, il ricorso compulsivo ai tre punti di sospensione per fare allusione a contenuti scabrosi – come se di parolacce e oscenità il libro non fosse già pieno ; no, non ero pronto, io studente ancora fresco di liceo classico, a reggere uno stile sperimentale fino all’eccesso ; non ero affatto pronto, nell’età in cui della vita si ha solo una pallida idea, a fare i conti con la ferocia del mondo. Perché questo è Morte a credito : una mitragliata di parole, d’immagini, di suoni partoriti dalla mente di un uomo che ne ha viste di cotte e di crude, e che aggiunge alla violenza del reale il delirio dell’immaginazione. E così, incompreso e svilito, il romanzo era finito nell’angolo più buio della mia memoria, sull’orlo del dimenticatoio.

Rivenire quindi all’infanzia e l’adolescenza di Ferdinand Bardamu, l’alter ego dell’autore, rivenire ai suoi conflitti con i genitori, il suo viaggio in Inghilterra, le sue infinite difficoltà nel trovare uno straccio di lavoro nella Francia d’inizio ‘900, è stato come vivere un’esperienza nuova, esaltante, rivelatrice, l’esperienza di una prima lettura. O forse, molto più semplicemente, si è trattato della chiara dimostrazione che con il tempo i gusti cambiano, e ciò che una volta sembrava lontanissimo dal mio sentire può adesso apparirmi stranamente vicino ; persino le allucinazioni di uno scrittore pazzoide quale Louis-Ferdinand Céline.


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