All’asta un quadro sconosciuto di Paolo Scheggi

Solitamente dedico qualche giorno, o almeno qualche ora, all’elaborazione dei post : ma questa volta devo essere rapido. Vi prego quindi di perdonarmi il tono sbrigativo o gli eventuali strafalcioni diluiti nel discorso. Mi è stata da poco segnalata un’asta che in questi giorni, dal 20 al 29 settembre 2016, si sta tenendo presso la Bruun Rasmussen Auctioneers of Fine Art di Copenhagen. Oggetto centrale dell’evento è un’opera recentemente ritrovata nella capitale danese, un quadro dell’artista italiano Paolo Scheggi : Intersuperficie curva dal rosso, finora sconosciuto ma databile tra il 1962 e il 1963.

Intersuperficie curva dal rosso

Intersuperficie curva dal rosso
Paolo Scheggi
1962-63. Rosso acrilico su tre tele sovrapposte

Sostanzialmente si tratta di tre tele sovrapposte dipinte di rosso, ciascuna tela presenta delle aperture di forma ellittica che conferiscono uno strano effetto di profondità all’intera composizione. Bello ? Brutto ? Non lo so. Caro ! Il quadro di Scheggi è stimato tra le 270 000 e le 335 000 euro, ma evidentemente il suo prezzo lo vale tutto.

Nato nel 1940 a Firenze e morto nel 1971 a Roma, formatosi a Londra e assiduo frequentatore dell’ambiente culturale milanese, Paolo Scheggi fu tra i protagonisti dell’arte italiana degli anni ’60. Nell’epoca in cui il mondo andava dipinto di un solo colore, anche lui era un pittore di monocromi. Le sue Intersuperfici, complesse riflessioni sui limiti dell’arte tradizionale, venivano esposte alla Biennale di Venezia del 1966 riscuotendo un grande successo e facendo avvicinare l’artista toscano al Gruppo Zero, un movimento d’avanguardia nato nel cuore dell’Europa a metà del Novecento. Intellettuale poliedrico (mi manca il tempo per pensare un’espressione meno brutta), spirito libero, cervello sopraffino, nel corso della sua breve carriera Scheggi s’interessò anche al teatro e all’architettura, collaborando tra l’altro con Bruno Munari e Marcello Nizzoli.

Ora, ci domandiamo tutti, ma un quadro di Paolo Scheggi come ci è finito in Danimarca ? Pochi ricordano che negli anni ’50-‘60 il paese scandinavo era un microcosmo creativo in piena ebollizione, aggregatore d’importanti movimenti artistici internazionali quali la Scuola di Parigi, Fluxus, Tachisme e per l’appunto il Gruppo Zero. In Danimarca arrivava di tutto, e anche opere di artisti italiani come Piero Manzoni, Enrico Castellani e Lucio Fontana trovavano posto negli spazi museali o nelle collezioni private danesi – è infatti in una collezione privata che il quadro di Scheggi è stato da poco riscoperto. Cosa aggiungere? L’asta è aperta : vi rimangono ancora pochi giorni per portarvi a casa un bel monocromo rosso autografato e titolato Paolo Scheggi.

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Benvenuto Roy Owh

roy-owhNon riesco a immaginarmela, la vita di un artista. Notti sgangherate, eccessi d’euforia, tuffi nel rimpianto, ricerca disperata dell’ispirazione che talvolta tarda ad arrivare… Già, chissà com’è la vita di un artista ? Intanto che rimango qui a fantasticare, perso nei miei sogni eccentrici, ne approfitto per segnalarvi una notizia molto interessante.

Si chiama Roy Owh ed è un giovane pittore tedesco in piena fase creativa, un artista che ama viaggiare e che riversa su tela le proprie esperienze di esistenza itinerante. Attualmente si trova a Montefollonico, in Toscana, e a quanto pare se la sta anche spassando parecchio. Se l’ispirazione nasce dai contrasti, come pensa il giovane Roy, la Toscana è la destinazione per eccellenza : the place to be, dicono gli anglofoni.

Dato che il tempo della sua permanenza italiana è per il momento limitato a tre mesi, il pittore tedesco vuole davvero massimizzare le occasioni d’incontro e scambio reciproco con altri artisti locali. Invito pertanto artisti, collezionisti o semplici appassionati desiderosi di entrare in contatto con Roy Owh a rivolgersi alla manager dell’artista, Juliette Escondrez, scrivendo all’indirizzo email info@robe-management.co.uk

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Cosa ne pensa Oscar Wilde

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“Dimenticavo… L’arte è un simbolo perché l’uomo è un simbolo, sbrighiamoci, l’arte è una forma di esagerazione… Mi è rimasto poco tempo ma l’arte non esprime mai niente se non se stessa, presto, non ci sono libri morali e libri immorali ci sono solo libri ben scritti e libri scritti male, su su ! La natura imita ciò che l’opera d’arte le propone e non basta ! La fantasia imita soltanto, è lo spirito critico quello che crea… ”

Penso che a parlare fosse Oscar Wilde rivolto allo stupefatto Alberto Arbasino. O forse era il solito Carmelo Bene.

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Bruno Catalano, il destino del viaggiatore

Da quando l’ho scoperto in una galleria d’arte in Place des Vosges, a Parigi, l’estate di ormai tre anni fa, Bruno Catalano mi si ripresenta con l’insistenza di chi vuole venderti qualcosa. Riviste culturali, le poche che raramente sfoglio, curiosità sparse nel web, qualche fiera, e recentemente in un posto che proprio non avrei immaginato. Si scrive Crest e in francese si legge “Cré”, è un paesino a un centinaio di chilometri a sud di Lione la cui principale attrazione consiste in un torrione medievale abbarbicato su di una collina: solo i turisti più motivati si lanciano nella sua ripida ascesa, premiati al termine dello sforzo dallo spettacolo della vallata sottostante.

Il destino del viaggiatore

Il destino del viaggiatore
Bruno Catalano
2014. Scultura in bronzo

L’incontro con Catalano, tuttavia, non è avvenuto in altura ma nella parte bassa del paese, giusto davanti alla stazione dei treni. Persino qui, ho pensato scorgendolo da distante, uno dei suoi insoliti personaggi è riuscito scovarmi. Mi stava forse seguendo ?

La posa eretta e l’incedere risoluto di questo viaggiatore dall’aria hipster (la barba, la giacchetta di pelle, la valigetta stile retrò) basterebbero a convincere di un carattere forte, un carattere che nulla può fermare. Una scultura di bronzo, Il destino del viaggiatore, dura e fredda come il metallo. E invece la statua di Bruno Catalano porta con sé uno dei fardelli più gravosi che esistano : il peso del vuoto.

Deve essere capitato a chiunque, nella vita, di trovarsi in un periodo in cui si vuole abbandonare tutto e partire, fuggire, lasciarsi indietro l’insopportabile zavorra che pian piano ci sta trascinando verso l’abisso. Alcuni annegano questo desiderio d’irrazionalità nel lento scorrere del quotidiano, ma altri, pochi, i più coraggiosi, riescono davvero a salpare : e la nave va, e con lei i viaggiatori e marinai diretti verso quei sogni di cartapesta.

Era anche lui un viaggiatore, un marinaio, il giovane Catalano. Nato in Marocco nel 1960 ed emigrato in Francia con la famiglia nel 1970, prima di dedicarsi alla scultura Bruno Catalano lavorava come elettricista presso una nota compagnia marittima. Oggi in un porto, domani in un altro. Lo sradicamento infantile dalla propria terra d’origine e la sensazione di perpetuo movimento tipica della vita dei marinai – ogni giorno si lascia qualcosa, ogni giorno si trova qualcosa – devono aver ispirato all’artista le sue opere in bronzo.

Una galleria di sculture incomplete, bucate, lontanamente somiglianti ai ruderi antichi la cui forma originaria può esistere ormai solo nella nostra immaginazione. Viaggiatori, come il personaggio con la valigetta nei pressi della stazione di Crest, Bruno Catalano ritrae uomini e donne in partenza, presi dall’entusiasmo della scoperta ma anche divorati dal senso di perdita, il senso di vacuità provocato dall’abbandono. Scavare nei sentimenti è talvolta più duro che scavare il metallo.

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Il cubismo quotidiano di Anne Dangar

La cultura non ha prezzo, almeno la prima domenica del mese. Così la pensano in Francia : ingresso gratuito in tutti i musei pubblici. L’occasione che aspettavo per visitare la nuova mostra che il museo della città di Valence dedica all’artista Anne Dangar. Una grande collezione di oggetti raramente coinvolti nell’arte moderna o contemporanea : tazze, giare, zuccheriere, placche, brocche, scodelle, teiere e soprattutto tanti piatti. Utensili in terracotta verniciata, di solito attribuiti alla tradizione artigiana, sono in questo caso elevati alla sfera propriamente artistica.

L’itinerario creativo di Anne Dangar inizia nel più prevedibile dei modi. Nata nel 1885 a East Kempsey, nello stato australiano del Nuovo Galles del Sud, nel 1914 la giovane Anne s’iscrive all’accademia di belle arti di Sydney, dove stringe una profonda amicizia con la compagna di studi Grace Crowley e si diploma come insegnante di discipline artistiche. I suoi primi anni di attività si dividono tra l’insegnamento e la pittura, fino a quando un importante evento sancisce una tappa decisiva nella sua vita (e per una volta non si tratta del matrimonio).vaso-anse-anne-dangarSpinta probabilmente da quell’inarrestabile desiderio che coglie prima o poi tutti, chi appena diciottenne e chi invece alle soglie della quarantina, tra il 1926 e il 1928 la Dangar parte alla scoperta degli antipodi : in compagnia dell’amica Grace Crowley compie un viaggio in Europa. Ad Aix-en-Provence le due donne visitano il laboratorio del celebre pittore Cézanne, mentre a Viroflay, comune francese poco distante da Parigi, la Dangar si accosta alla ceramica e alla pittura su porcellana seguendo dei corsi tenuti da Henri Bernier. Vergine-bambino-Anne-DangarLa rivelazione avviene però nel 1928, quando l’artista australiana vede tre quadri di Albert Gleizes esposti al Salone delle Tuileries.

Un mondo nuovo, il mondo osservato dalla prospettiva del grande teorico del cubismo francese Albert Gleizes : Anne Dangar si perde nella geometria antinaturalistica, nell’azzardo cromatico, nello stravolgimento delle proporzioni, e quando il pittore la invita a raggiungere la sua comunità artistica di Moly-Sabata nel villaggio di Sablons, tra Lione e Valence, la Dangar vi si trasferisce in pianta stabile. Nel 1930, a 45 anni, l’artista australiana decide di rimettersi in gioco.

La vita nella Francia rurale doveva essere molto diversa da quella lasciata nella Sydney d’inizio secolo, ma Anne Dangar è una donna con la pelle dura : le sue giornate si dividono tra le attività agricole per la comunità, la lavorazione della ceramica e l’insegnamento della pittura ai bambini di Sablons. Sbarco-1944-Anne-DangarIl mestiere di ceramista ha presto la meglio su quello di pittrice, la tela e il cavalletto lasciano spazio al tornio e l’argilla. Percorrendo a piedi diversi chilometri al giorno, da una bottega artigiana all’altra, a Saint-Désirat, Roussillon, Saint-Uze, Saint-Vallier e Cliousclat, la Dangar tesse una rete di collaborazioni con i principali ceramisti locali, dando vita a una ricca produzione di utensili per la cucina o a semplice funzione domestica.

Piatti, molti piatti, forse i manufatti che meglio si prestano alla decorazione pittorica : la loro superficie larga e piana permette all’artista di riprodurre scene della quotidianità paesana, le mongolfiere di Annonay, i ponti sul fiume Rodano, la meravigliosa natura che circonda i centri abitati… tutti motivi a cui è particolarmente sensibile la clientela di piccoli borghesi della regione e turisti in cerca di folklore agreste.

anne-dangar-maroccoMa le ceramiche della Dangar non si limitano a puri oggetti di souvenir, nelle pitture su terracotta l’artista australiana intende riprendere le forme cubiste del maestro Gleizes e così diffondere uno stile alto, difficile, all’epoca certamente d’avanguardia, tramite un’arte considerata minore, popolare, forse per il risvolto pratico che possono assumere le sue opere (vorrei poi vedere chi oserebbe inzaccherare con zuppa di fagioli un piatto firmato Anne Dangar). Il cubismo al quotidiano : ecco l’intento e la riuscita della matura allieva di Albert Gleizes.

Dal 1935 iniziano le mostre presso gallerie di Lione o fiere internazionali a Parigi, mentre al 1939 risale un viaggio di sei mesi in Marocco su invito nientemeno che della compagna del governatore generale di Rabat. Arte, questa è davvero arte, si rendono conto i critici e i collezionisti, affascinati dai motivi floreali ed esotici che ornano i suoi preziosi lavori in terracotta. Figure provenienti da un altro emisfero, un universo lontano, talvolta forse solo sognato, fanno somigliare alcune ceramiche della Dangar a misteriosi reperti archeologici, resti tramandati nel tempo di un’oscura antichità aborigena o della leggendaria cultura celtica.

ceramiche-anne-dangarNel 1951, a 66 anni non ancora compiuti, Anna Dangar muore in quella che è ormai diventata la sua patria d’adozione, la profonda provincia francese, lasciandoci un ricco assortimento di oggetti che dal semplice utilizzo domestico con il tempo sono confluiti nelle collezioni museali. Inutile, dico io, cercare l’originalità a ogni costo. Spesso la vera creatività si esprime nelle cose più comuni.

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