ADOTTAUNUOMO

fantozzi-sig-ina-silvani– E così mi scrivevi che hai un blog …

– Sì, beh, ecco, io lo considero un passatempo, forse qualcosa di più, è nato come un esperimento e poi, come si dice, ha funzionato …

– Ma perché proprio di arte ?

– Nel tempo libero mi piace andare per mostre e musei, lo so che potrebbe sembrare strano, e dato che è più facile e stimolante trattare di un argomento che interessa, ho deciso di dedicare il blog all’arte moderna e contemporanea.

– Ok, ma che cosa ti piace dell’arte contemporanea ?

– Ora non è che mi piace tutta l’arte contemporanea, ci sono cose che mi interessano più di altre.

– Per esempio ?

– Recentemente mi è capitato di vedere una serie di quadri molto belli di un pittore svedese che non conoscevo e che si chiama …

– No, guarda, tanto non credo che lo conoscerei. Te lo dico : io l’arte contemporanea fatico a capirla. Ma tu pensi che noi, voglio dire noi uomini e donne, nella vita, siamo fatti comunque per stare insieme o possiamo anche rimanere da soli ?

– Spesso mi trovo nella tua stessa situazione.

– A cosa ti riferisci, alla mia domanda su noi uomini e donne ?

– No, l’arte contemporanea. Spesso anch’io faccio fatica a capirla.

 

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La chirurgia ascetica di Daniele Accossato

Lo guardi. Aggrotti le sopracciglia storcendo lievemente le labbra. Probabilmente non è questa la prospettiva giusta, pensi. Allora fai il giro : prima dai piedi in su, ora lo osservi dalla testa in giù. No, ti convinci, poco conta il punto di vista : è una semplice questione di dimensioni. E anche scrutando le espressioni imbambolate degli altri visitatori, capisci di trovarti davanti a qualcosa di grosso. Grosso. In tempi di politicamente corretto, forse non è questa la parola più appropriata per descrivere l’Ascetic Surgery di Daniele Accossato. Però le cose stanno proprio così : l’opera dell’artista torinese è una scultura grossa.

Ascetic Surgery

Ascetic Surgery
Daniele Accossato
2009. Lattice naturale, pigmenti, tavolo, lenzuoli

Un ammasso di lattice dalle fattezze umane, troppo umane, sovraumane ; a venire rappresentato è nientemeno che il corpo del Buddha, un essere divino normalmente ritratto in posizione eretta o accovacciata, comunque in atteggiamento meditativo. Il Buddha di Accossato pare stare comodo, sdraiato a occhi chiusi e con il pollice a contatto dell’indice, un asceta talmente noncurante delle apparenze, delle forme esteriori, delle vanità, da sottoporsi volontariamente a un intervento estremo di chirurgia estetica. Le contraddizioni nell’arte, le contraddizioni della vita : quello che si chiama predicare bene e razzolare male.

Da un personaggio grottesco, curiosamente brutto, Daniele Accossato tira fuori una metafora sull’uomo moderno, l’uomo che ricerca la perfezione fisica con ogni mezzo, anche a costo di ricorrere alla liposuzione, e che al tempo stesso è attirato da un misticismo modaiolo in salsa new age. Il buddismo dei vegani, il taoismo referendario, la filosofia zen impartita durante il corso di aerobica. Come per la prova costume, pare suggerire la chirurgia ascetica di Accossato, anche la spiritualità moderna si misura in corrispondenza del girovita.

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L’apocalisse secondo Stefano Gentile

#Ohshit!

#Ohshit!
Stefano Gentile
2016. Tecnica mista su tela

Sei bravo a disegnare, hai una manualità spontanea, tutti elogiano la tua predisposizione alla creatività. E allora t’iscrivi a una scuola d’arte, forse all’accademia. Dipingi, fai quadri, installazioni, la moda del momento, e intanto, per pagarti le bollette, magari ti concedi anche qualche lavoretto extra : di arte è difficile campare, te l’avevano detto, ma tu non desisti, le tue aspirazioni non possono morire dietro il bancone di un negozio a fare il commesso.

Di artisti mancati ne sono pieni i negozi, purtroppo : ma quanti sono, invece, i commessi mancati che si scoprono artisti ? Io recentemente ne ho incontrato uno, alla fiera Paratissima12. Stefano Gentile, milanese alle soglie della quarantina, un uomo che cinque anni fa, chiuso il negozio in cui lavorava, si è lanciato in un’impensabile carriera artistica. E miracolosamente ce l’ha fatta.

Bunker sweet Bunker

Bunker sweet Bunker
Stefano Gentile
2016. Acrilico su tela

Stefano è un pittore autodidatta, per lui niente scuola di belle arti : studia al liceo scientifico, poi alla facoltà di Lettere che non termina neppure. Ad appassionarlo è la Storia, tanto da scrivere e pubblicare un libro sulla Shoa, ma il lavoro lo attende in un esercizio commerciale a Milano, dove rimane per undici anni prima che la crisi economica faccia piazza pulita di qualsiasi stabilità professionale. Disoccupato con troppo tempo libero a disposizione, Stefano Gentile si rimette in cerca di un’occupazione, e frattanto si dedica a un’attività da sempre considerata come un semplice passatempo, il disegno.

Wired Apocalypse Issue

Wired Apocalypse Issue
Stefano Gentile
2016. Acrilico su tela

Il lavoro tarda a tornare, ma sul versante artistico compaiono invece segnali positivi. Dal disegno Stefano passa alla pittura, frequentando dei corsi impara a dipingere a olio e acrilico. Insperata sorpresa : i suoi primi dipinti piacciono, qualcosa si vende, il suo nome circola fino a giungere alle orecchie della White Noise Gallery, una neonata galleria d’arte di Roma che gli propone di esporre nientemeno che al Macro. Da zero a cento in un paio d’anni.

Da Lissone, in Brianza, dove ora vive e tiene il suo laboratorio, Stefano Gentile si sposta spesso nella capitale o in giro per l’Italia. Fiere, eventi, mostre collettive. Da qualche mese, poi, i suoi lavori sono presenti persino in una galleria tedesca di Stoccarda. Sarà merito della colorata facilità con cui attirano lo sguardo, quali un candido sorriso, oppure del pugno nello stomaco che assestano a un osservatore più attento : i quadri di Gentile combinano estetica patinata dal gusto deliberatamente kitsch, lo stesso che si può trovare in certe riviste di costume o cataloghi di arredamento, a un discorso critico e disincantato sul mondo contemporaneo. Il grande Lebowski a passeggio in compagnia di George Orwell e Banksy.

Breaking Silence

Breaking Silence
Stefano Gentile
2016. Olio su tela

Come facevano i maestri della pop art negli anni ‘60 e ’70, Stefano Gentile attinge da linguaggi e stili differenti (il cinema, la letteratura, la pubblicità, la fotografia, i cartoni animati, la cronaca giornalistica, la pittura surrealista…) per lanciare un allarme rosso generale. Attenzione : catastrofe ecologica imminente. Attenzione : diffusione incontrollata delle armi. Attenzione : controllo ossessivo delle menti. Insomma, l’artista milanese dimostra una speciale attitudine per la fine del mondo.

End Title - Return to New Atlantis

End Title – Return to New Atlantis
Stefano Gentile
2016. Tecnica mista su tela

Un’apocalisse in pieno giorno, quella da lui ritratta, una grottesca tragicommedia a cui possiamo opporre il solo schermo degli occhiali da sole. Finché sono i giornali, le televisioni, le ricerche scientifiche ad avvertirci dei disastri cui stiamo andando incontro, poco male. Quando ci si mettono pure gli artisti, beh, forse è il caso di farsi quattro conti in tasca per munirsi di un solido bunker antiatomico : e magari appenderci un bel quadro di Stefano Gentile.

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Una cartolina da Londra

Ho ricevuto una cartolina da Londra. Curiosa sorpresa. Sul retro, oltre al mio indirizzo postale, v’erano alcune righe di accompagnamento scritte in francese. Strano vezzo, il francese, quando tutta la corrispondenza avviene ormai in bisnes inglish. Strano vezzo, d’altronde, mandare ancora una cartolina. Per rendervi partecipi del breve contenuto del messaggio, ho azzardato un tentativo di traduzione in italiano che riporto poco sotto.

Il Tamigi a Charing-Cross

Il Tamigi a Charing-Cross
Claude Monet
1903. Olio su tela

Londra, 3 febbraio 1901

Caro amico,

Come ti accennavo la scorsa volta, è consuetudine mia e di mia moglie Alice recarci periodicamente a Londra, dove nostro figlio Michel si è ormai installato da qualche anno. Di questo, volevo scriverti, non per tediarti con una prevedibile cronaca famigliare, ma cogliendo l’occasione di raccontarti un singolare episodio accadutomi la mattina di pochi giorni orsono. Non importava che fosse domenica : alzandomi alle sei, pensavo che avrei passato una pessima giornata. Forse era la lontananza da casa, la nostra tranquilla dimora in Normandia, o forse era il malumore che spesso accompagna mia moglie allorché ci rechiamo in viaggio nella capitale inglese : un’irrequieta sensazione di sfiducia mi saliva dallo stomaco e si diffondeva nel petto, fino a quasi stringermi la gola. Ancora stordito dal sonno mi affacciavo alla finestra, scrutando il panorama dirimpetto all’albergo Savoy, nostro abituale alloggio londinese, e come tutte le domeniche notavo che non c’era traccia di foschia, solo una nitidezza spaventevole ; ma a un certo punto, quale un piccolo miracolo voluto da Madre Natura, inaspettato sorgeva il sole, talmente accecante da non poterlo guardare. Il Tamigi pareva ricoperto d’oro, così bello che mi mettevo subito a dipingere con frenetico entusiasmo, seguendo l’astro solare e i suoi bagliori riverberati dall’acqua. Nel frattempo vedevo le cucine accendersi, i camini sbuffare, il palazzo di Westminster perdere nitidezza, il treno attraversare il ponte di Charing-Cross, e dai fumi innalzarsi la nebbia, poi le nuvole. Era a quel punto che scoprivo la meraviglia di questo luogo : senza la bruma, impalpabile sostanza che offusca lo sguardo attenuando i contorni delle cose, Londra non sarebbe una bella città ; è la nebbia a nasconderne il tetro volto industriale, la nebbia a donarle il tremendo fascino allusivo.    

Ti saluto,

Claude M.

Inizialmente pensavo trattarsi di uno scherzo, forse di qualche fantasioso buontempone, poi l’ho guardata meglio, la cartolina. Un’immagine che viene da lontano, nello spazio ma ancor più nel tempo, una veduta di Londra d’inizio ventesimo secolo. Questo misterioso Claude deve essere un tipo con molta fantasia, mi sono detto, da un semplice fenomeno atmosferico, spesso indice del grave inquinamento urbano, lui è riuscito a tirare fuori un quadro. E mandarmene persino una cartolina postale.

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Il (mio) vincitore di Paratissima12 : Sebastiàn Contreras

C’erano cose belle e c’erano cose meno belle, alla dodicesima edizione di Paratissima, ma in testa alle mie favorite vi è un’opera appartenente a un genere che solitamente considero con diffidenza. Un’installazione.

Senza titolo n. 40

Senza titolo n. 40
Sebastiàn Contreras
2011. Guanti, scarpe, chiodi

Due guanti, due scarpe, quattro chiodi : Sebastiàn Contreras, artista argentino trapiantato in Italia ormai da diversi anni, utilizza pochi oggetti elementari attaccati al muro per formare una straordinaria composizione a cui non dà nemmeno il titolo. A comunicare è la forza dell’immagine, ciò che si vede ma ancor più ciò che non si vede.

La crocifissione di Gesù Cristo, banco di sperimentazione dell’arte occidentale dal Medioevo fino ai giorni nostri, viene aggiornata al presente per trattare un argomento purtroppo trascurato, i decessi sul lavoro, detti anche morti bianche. Gli incidenti che ogni anno costano la vita a circa due milioni di persone al mondo avvengono sul luogo di lavoro o dipendono comunque dall’attività lavorativa svolta, e questo in barba a qualsiasi sistema politico o ideologico in atto : non c’è socialismo, comunismo, capitalismo o consumismo che tenga, il lavoro continua a uccidere.

Per rendere il silenzio con cui è trattata questa tragedia, nonché il frequente occultamento dei cadaveri delle vittime, Contreras crea una potentissima allusione al martirio di Cristo ; niente sangue, niente lacrime, niente spine, dei semplici strumenti da operaio inermi, inchiodati alla parete, suggeriscono appena l’idea di un corpo violentato e poi negato allo sguardo altrui. Non la vediamo, la morte bianca : ma per una volta l’artista Sebastiàn Contreras ce ne offre una magnifica testimonianza.

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