Mademoiselle de Maupin, romanzo di Théophile Gautier

C’era una volta un filone letterario che ormai si è perso, quello dedicato alla questione del bello e della bellezza, alla questione di ciò che può o non può essere chiamato arte e della funzione dell’arte stessa. Opera più rappresentativa del genere è forse Il ritratto di Dorian Gray dello scrittore irlandese Oscar Wilde, ma gli autori che hanno speso fiumi d’inchiostro attorno a questo tema sono tanti, troppi perché io lettore dilettante sia in grado d’elencarli tutti.

Tra questi, poi, figura un francese di cui fino a poco tempo fa avevo una conoscenza molto vaga, anzi vi confesso che talvolta mi capitava di confonderlo con un famoso stilista che ha un cognome simile al suo : Théophile Gautier (1811 – 1872), peso massimo della letteratura ottocentesca, poeta, prosatore e giornalista specializzato in critica artistica. Ad avvicinarmi a lui, a Gautier, a quest’uomo dalla barba nera e folta fotografato spesso in pose impettite, l’aria antipatica del primo della classe, è stata la recente lettura del suo romanzo d’esordio, Mademoiselle de Maupin, pubblicato nel novembre 1835 all’età di appena ventiquattro anni e accolto con scarso entusiasmo dal pubblico dell’epoca, ma man mano riscoperto dalle generazioni successive di lettori fino a essere ritenuto uno dei suoi lavori migliori – negli anni ’60, pensate, ci fecero persino un film con Catherine Spaak e Thomas Milian.

La trama del libro è ispirata a un personaggio realmente esistito a cavallo del diciassettesimo e il diciottesimo secolo, la cantante lirica Julie d’Aubigny, moglie di un certo Maupin, nota per la sua abilità nella scherma e i suoi costumi disinibiti, ma lo stile con cui la storia è narrata, quello stile divagante e ricamatissimo che fece di Théophile Gautier un modello per molti scrittori e poeti a lui contemporanei, Charles Baudelaire in testa, eleva Mademoiselle de Maupin ben al di sopra di un semplice romanzo d’avventura o sentimentale. L’opera, infatti, si presenta come una grande allegoria, ossia come l’espressione di un’idea o di una convinzione dell’autore sotto forma figurata : gli eventi, i dialoghi, i personaggi e i loro comportamenti eccedono la mera concretezza per caricarsi di senso, trasmettere un messaggio, farsi portavoce di significati nascosti.

Protagonista della narrazione, strutturata sulla linea di una finta corrispondenza epistolare, espediente letterario ora caduto in disuso, è un giovane uomo d’alto lignaggio e profonda cultura con un’ossessione abbastanza comune, l’ossessione di avere un’amante, non fosse che data la sua incapacità di trovare una donna secondo lui atta ad incarnare il bello assoluto, la bellezza esemplare rappresentata nei dipinti e le sculture antiche, egli finisce con l’invaghirsi di Madeleine de Maupin, fanciulla che per sfuggire alle convenzioni del tempo ha pensato di ricorrere a una curiosa soluzione : travestirsi da uomo. E da qui, indovinerete facilmente, derivano non pochi guai e tormenti al giovane innamorato.

Raccontando una vicenda d’inganni e travestimenti, di desideri e cuori spezzati, Théophile Gautier costruiva un’appassionante cronaca amorosa, ma tra le righe intendeva anche far trapelare la propria posizione relativa a una problematica all’epoca molto dibattuta nelle cerchie intellettuali francesi ed europee, la problematica del ruolo dell’arte nella società borghese. Nella Parigi ancora scossa dai moti rivoluzionari, ai tavoli dei caffè letterari e sulle pagine delle riviste culturali, in molti si domandavano quale fosse la responsabilità degli scrittori, dei pittori, degli scultori, dei compositori di musica, degli attori di teatro, dei cantanti lirici, dei poeti, insomma di tutte quelle persone che facevano dell’arte il proprio mestiere, nei confronti della direzione che il mondo stava prendendo.

Mademoiselle de Maupin
Jean-Jules-Antoine Lecomte du Nouÿ
Olio su tela. 1902

La monarchia era stata abbattuta, sostituita da forme sperimentali di governo, ma l’industrializzazione rampante e alcuni progressi tecnologici messi al servizio di un produttivismo sfrenato stavano portando a forme inedite di sottomissione, se non di vera schiavitù : l’uomo moderno doveva adeguarsi ai cambiamenti in corso, inventarsi nuove identità, proiettarsi nell’avvenire. E in tutto questo, in questo grande calderone d’idee, d’illusioni e di vanità, a che cosa serviva la bellezza, a che cosa serviva l’arte ?

Théophile Gautier, che da giovanissimo aveva intrapreso studi di pittura, decidendo poi di dedicarsi alle belle lettere su consiglio dell’immenso Victor Hugo, aveva un’opinione netta a riguardo, un’opinione che decostruiva la problematica stessa. Non era, per lui, questione se l’arte dovesse servire questa o quella causa, se si rivelasse o meno adatta a un determinato scopo, se in essa, se nell’arte, fosse possibile identificare una certa utilità : era la nozione medesima di utilità che si opponeva a quella di creatività artistica.

Il fine dell’arte secondo Gautier non andava cercato altrove, in qualche militanza politica o predicazione religiosa, bensì nell’arte stessa – concetto che alcuni condensavano nella famosa formula “l’arte per l’arte”. Nel suo romanzo giovanile l’oggetto del desiderio del protagonista è allora qualcosa all’opposto delle consuetudini, è un ideale che supera la distinzione di genere, quella tra maschile e femminile, per incarnarsi in un personaggio ambiguo, una fanciulla bellissima che assume abiti e maniere virili e fa così innamorare donne e uomini. Lei, Mademoiselle de Maupin, maschio e femmina allo stesso tempo, è l’essere umano al completo, lei è l’amore più limpido, l’amore allo stato grezzo, l’amore disinteressato perché indipendente dall’istinto di procreazione e quindi dalla capitale finalità pratica, la sopravvivenza della specie. Lei è l’arte nella sua essenzialità, lei è l’arte per l’arte.


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