La Piazza del Duomo di Milano dipinta da Dino Buzzati

Lavorare da casa, vi confesso, è qualcosa in cui non ho mai creduto : per quanto mi riguarda, infatti, l’ufficio resta il luogo dove riesco a dedicarmi con più attenzione ai compiti da svolgere. Poco importa, poi, se l’azienda che mi paga lo stipendio non somiglia alla reggia di Caserta, o se alcuni dei miei colleghi non sono persone con cui andrei volentieri in vacanza ; viva il lavoro in ufficio, abbasso il lavoro a casa.

C’è una cosa, tuttavia, che ho scoperto durante questo malaugurato periodo di confinamento domestico, trovandomi costretto a lavorare da remoto, o detto in maniera più trendy fare dello smart working. Se considero che di norma la mattina per andare in azienda mi ci vuole una buona mezzora e la sera per rientrare a casa un’altra mezzora, adesso, lavorando a chilometri zero, ogni giorno guadagno un’ora da dedicare ad attività molto più produttive e meno stressanti del fare tragitti in macchina.

Da un mese a questa parte, pertanto, mi sono gettato a capofitto nella lettura : almeno un’ora al giorno, quella che prima passavo incarognito al volante, in questo periodo la trascorro in piacevole compagnia di William Faulkner, Honoré de Balzac, Simonetta Greggio e un signore di cui ho fatto la vera conoscenza solo recentemente, grazie a un denso volume edito da Mondadori che ne raccoglie le opere principali. E dire che si tratta di uno degli autori più importanti della letteratura italiana del Novecento, scrittore ma anche esponente di primo piano nell’ambito giornalistico : il milanese d’origine veneta Dino Buzzati, nato nel 1906 in provincia di Belluno e morto nel 1972 nel capoluogo lombardo.

Cantore del sogno, del mistero, del destino, artefice di un’abbondante mole di racconti più alcuni romanzi, tra i quali spicca il bellissimo e struggente Il deserto dei Tartari, alla sua epoca e anche più tardi Buzzati incantò migliaia di lettori in tutto il mondo, tanto da venir considerato quale il Kafka italiano – cosa che lui, uomo troppo orgoglioso, non riuscì mai a digerire. Meno ricordata, invece, è la sua produzione giornalistica, forse perché il giornalismo, nell’universo delle belle lettere, non gode ancora dello stesso prestigio della narrativa o della poesia. Il libro della Mondadori, infatti, riporta solo una minima parte dei tantissimi articoli che egli scrisse per il Corriere della Sera nel corso di tutta la sua vita, e per giunta li rilega nella sezione finale. Curiosare tra questi resoconti di viaggio, elzeviri e cronache d’attualità, è stato comunque piacevole e interessante, ma soprattutto mi ha rivelato un aspetto di Buzzati cui difficilmente si pensa leggendo le sue opere letterarie.

Piazza del Duomo di Milano
Dino Buzzati
1957. Olio su tela

Fin da giovanissimo, fin dalla prima adolescenza e per gli anni a venire, oltre a coltivare la passione del raccontare storie Dino Buzzati dimostrò una forte inclinazione per l’arte figurativa : gli piaceva disegnare e dipingere, dare forma visiva ai personaggi fantomatici e le atmosfere sospese che popolavano il suo immaginario letterario, senza tuttavia aver avuto altri maestri al di fuori di se stesso ; e similmente a quanto avvenne con la letteratura, non tentò mai di aderire a un movimento creativo, o ispirarsi a una precisa corrente. Era un viaggiatore solitario, un adulto che dipingeva con la mano di un bambino ; un outsider dell’arte contemporanea.

I suoi scritti d’argomento artistico riflettono dunque l’atteggiamento divertito e un poco scettico che egli rivolgeva nei confronti delle tendenze creative della sua epoca, gli anni ‘50 e ‘60, quando a dominare erano l’astrattismo e le sperimentazioni concettuali. A questo proposito, se vi capita, vi raccomando l’articolo in cui parla di quando si fece regalare da quel folletto stralunato di nome Yves Klein una porzione della sua sensibilità pittorica immateriale, attestata peraltro da una regolare ricevuta cartacea.

La critica d’arte ufficiale, d’altra parte, quasi per dispetto, stimava di poco conto i lavori di Buzzati pittore, anzi, appena li prendeva in considerazione : come potevano, i suoi dipinti e disegni dall’aria così candida, dal gusto così naïf, trovare posto accanto alle tele tagliate, le composizioni di rottami o gli austeri monocromi che allora invadevano gallerie e musei ? Persino il suo quadro più celebre fu realizzato in occasione di un concorso d’arte rivolto non a pittori professionisti bensì a letterati con il pallino dei colori e pennelli. A indire questo concorso, finalizzato a radunare un numero consistente di opere da esporre in una mostra, fu la galleria milanese Apollinaire, che nel 1957 propose agli scrittori con l’hobby della pittura di produrre un dipinto ispirato alla Piazza del Duomo di Milano. Soltanto tre animi intrepidi raccolsero la sfida lanciata dalla galleria, Eugenio Montale, Orio Vergani e appunto Dino Buzzati, di conseguenza il progetto della mostra alla fine non si concretizzò.

Nonostante la sua conclusione poco felice, questo episodio fu all’origine di quello che oggi è considerato il capolavoro di Buzzati artista figurativo : un dipinto in cui il Duomo di Milano e l’area circostante perdono i loro normali connotati per essere trasfigurati in un impensabile paesaggio alpino. La facciata marmorea, le guglie, gli imponenti finestroni della cattedrale diventano le pareti rocciose, i pinnacoli, le profonde cavità di una montagna, e nello stesso modo gli edifici limitrofi assumono contorni rupestri ; il grande spiazzo centrale, invece, sgombro da macchine, ciclisti o pedoni indaffarati, si trasforma in una prateria d’alta quota, dove minuscoli contadini ammucchiano covoni di fieno. Era così che Buzzati, alpinista provetto, doveva sognare la Piazza del Duomo di Milano : una verde vallata circondata d’aridi massicci montuosi. Mi piacerebbe davvero immaginare che cosa penserebbe se venisse a sapere dello stato di abbandono, della solitudine dolomitica in cui si trova quella stessa piazza nell’attuale periodo di epidemia. Chissà… questo potrebbe essere lo spunto per scrivere un racconto, magari un racconto fantastico, un racconto dove gli incubi più tetri si mischiano a lontanissime utopie… Ecco : un racconto alla Dino Buzzati.


2 risposte a "La Piazza del Duomo di Milano dipinta da Dino Buzzati"

  1. Buzzati fu artista a tutto tondo, romanziere e pittore avanguardista nei suoi dipinti tra l’astratto ed il metafisico. Il duomo di Milano è una delle architetture più belle del mondo, il cantico del gotico italiano!

    p.s. trascorrere una mezz’ora al volante per raggiungere il posto di lavoro ed un’altra per ritornare a casa è poca roba. C’è gente che passa anche due o tre ore nel traffico per raggiungere i posti di lavoro tra code di gas, veleni di scarico e mezzi di trasporto lerci dove la gente è ammassata come sardine. Lei è già fortunato e non sono d’accordo con lei. Viva lo smartworking!

    1. Sono d’accordo che ci sono persone che per recarsi al lavoro fanno tragitti molto più lunghi e disagevoli dei miei, pertanto non mi lamento della mia condizione. Tuttavia la prospettiva di un mondo del lavoro in cui ognuno rimane chiuso nel proprio cantuccio mi mette spavento – e questo aldilà del discorso COVID-19.

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