Teruhisa Yamanobe e la sensazione di paesaggio

Nelle prime pagine di Età d’uomo, la formidabile autobiografia che lo scrittore Michel Leiris produsse a soli trentaquattro anni, c’è una frase che mi torna alla memoria ogniqualvolta ricapito, la sera, magari all’approssimarsi della mezzanotte… no, così non va, non va proprio. Ci riprovo. Nelle prime pagine di Età d’uomo, la formidabile autobiografia che lo scrittore Michel Leiris produsse a soli trentaquattro anni, c’è una frase che mi torna in mente, alcune sere, magari all’approssimarsi della mezzanotte, quando ricapito… ricapito… mmm, no, non sono ancora convinto : troppa confusione, troppe circonlocuzioni…

Insomma, è quasi mezzanotte e davvero non mi riesce di mettere in fila (o si dice in riga ?) due parole; ma finché non vedo il foglio immacolato iniziare a tingersi di belle lettere, riempirsi di bei pensieri, per me il letto può attendere. Concedetemi allora un terzo tentativo, un ennesimo lancio di questo post che stenta a decollare. Nelle prime pagine di Età d’uomo, la formidabile autobiografia che lo scrittore Michel Leiris produsse a soli trentaquattro anni, c’è una frase cui ripenso quando mi… mi… mi… aahh, al diavolo !

Per farla breve, ciò che sto cercando d’introdurre, impegolandomi continuamente in rovinose costruzioni sintattiche dettate dal sonno, è una magnifica citazione estrapolata da Età d’uomo, la formidabile autobiografia che l’intellettuale francese Michel Leiris scrisse ad appena trentaquattro anni. E fin qui, una buona volta, credo che ci siamo – ecco pertanto la famosa frase in questione : “Non serve a nulla inventare altri termini, altri pretesti per giustificare questo gusto che abbiamo di scrivere : è letterato chiunque ami pensare con la penna in mano”.

Già, lo scrivere. A dar retta al mio amico Leiris, basterebbe poco per essere letterati : avere qualche idea, possibilmente qualche idea intelligente, e dimostrarsi capaci di articolarla per iscritto. La realtà, tuttavia, è ben altra cosa. Chi ha mai provato, anche in una sola occasione, a cimentarsi con l’attività di scrivere – scrivere per diletto o professione : romanzi, diari, novelle, riflessioni, memorie – sa benissimo quanto dolore e quanta frustrazione può procurare il terribile ostacolo della pagina bianca.

I grandi concetti, le buone intenzioni e i ricordi sparsi dei campioni della letteratura russa non sono sufficienti ; ci vogliono altresì tempo, disciplina, concentrazione. E soprattutto tanta, tantissima pazienza : qualità, questa, che nelle ore tarde spesso mi viene meno. Come evitare, allora, il pericolo di soccombere alla fatica, d’arrendersi all’inquietudine? Come vincere il rischio d’impasse creativa ?

Per quanto mi riguarda, nel corso degli anni, scontratomi infinite volte con la penuria d’ispirazione, sono riuscito a elaborare qualcosa che somiglia vagamente a un metodo, o meglio, a un antidoto alla pagina bianca. Le parole non vengono, oppure vengono in maniera scostante, disordinata, farraginosa, come capitato pocanzi ? Tanto vale lasciarsi andare, lasciare che siano la spontaneità, la libera associazione d’idee a portarmi altrove, in quei territori del mentale che la fretta e l’ansia rendono difficilmente raggiungibili.

Stasera, superati i tentennamenti iniziali di cui ho dato sciatto spettacolo, i pensieri vagabondi mi hanno condotto in dei grandi spazi aperti che ho recentemente scoperto dipinti su tela, nel chiuso di una galleria d’arte. I quadri di Teruhisa Yamanobe ritraggono dei paesaggi, soggetti di per sé poco originali, ma quel pomeriggio dello scorso settembre, quando li ho osservati per la prima volta durante un vernissage alla Galerie 48 di Lione, hanno ridestato in me un ricordo strano, direi un ricordo anche piacevole, un ricordo che tuttavia fatico ancora a ricostruire con precisione.

Non si è trattato, infatti, di un semplice flashback, ossia dell’improvvisa rievocazione mentale di un episodio caduto nell’oblio, o di un’immagine già vista, o addirittura di un vago odore – e se anche fosse stato il caso, ve lo dico, non sto qui a giocare al Marcel Proust dei poveri. Quei campi coltivati che maculano la vasta pianura, quegli alberi che sfumano nella bruma mattutina, quelle strade perse tra leggerissime colline, quel cielo grigio che sembra calare come fosse un sipario sulla campagna invernale… ecco, tutti quegli elementi naturali magnificamente rappresentati su tela mi hanno fatto tornare alla memoria qualcosa d’impalpabile, qualcosa d’astratto, qualcosa d’indefinito, qualcosa di… come esprimermi ? Qualcosa come una pura sensazione.

E pensare che Yamanobe, artista giapponese nato nel 1956 a Iwaki, località nella prefettura di Fukushima, e residente in Francia da più di trent’anni, dipinge le sue suggestive vedute agresti lasciando uguale spazio a realtà e invenzione. Da un’impressione avuta dal vivo, nella campagna toscana o in quella della verde Borgogna, lui ricava lo spunto per un lavoro meticoloso che avviene nel chiuso dell’atelier : a risultarne, pertanto, sono dei paesaggi immaginari ma perfettamente verosimili. Dei quadri che nel mare magnum dell’arte contemporanea riescono ancora a procurarmi delle sensazioni : dei quadri sensazionali ?


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