1024 colori di Gerhard Richter

Poche settimane fa ho pubblicato un breve articolo su di un film recentemente visto al cinema, Opera senza autore, ispirato alla vita dell’artista tedesco Gerhard Richter. Di Richter, precisavo nell’articolo, sapevo davvero poco, ma ciò non mi ha comunque impedito di apprezzare il film ; anzi, è stato uno stimolo perché colmassi questa mia grave lacuna.

Nato a Dresda nel 1932, Gerhard Richter cresce nella Germania nazista e poi in quella che viene chiamata Repubblica Democratica Tedesca, sotto influenza sovietica, quando il paese è diviso in due Stati. La sua educazione artistica è fortemente improntata al realismo sociale, come voluto dalla propaganda di regime : la pittura deve essere figurativa, deve rappresentare scene di vita pubblica ed esaltare l’operato del governo, affinché venga facilmente compresa dal popolo. Richter tuttavia è uno spirito libero, un’anima ribelle, tanto che quando gli si presenta l’occasione decide di abbandonare la Germania dell’Est per installarsi nella Repubblica Federale di Germania, all’ovest del paese, dove agli artisti è concessa molta autonomia creativa. Nel 1961 arriva dunque a Düsseldorf, e qui entra in contatto con le tendenze artistiche all’epoca maggiormente diffuse nel mondo occidentale. Niente di più distante da quanto il giovane tedesco era prima abituato a fare, a sentire, a pensare : la pittura, ma anche l’arte in generale, non si pone più l’obiettivo d’illustrare persone o situazioni riconoscibili per comunicare un messaggio preciso e inequivocabile ; al contrario, la corrente astratta ha totalmente annullato le regole della figurazione, e la ricerca creativa prende pertanto strade un tempo inconcepibili.

1024 Colori
Gerhard Richter
1973. Lacca su tela

Richter non abbandona del tutto il suo stile precedente, quello appreso all’Accademia di Dresda, ma influenzato dal nuovo ambiente artistico e culturale si lancia in sperimentazioni di cui nemmeno lui stesso si sarebbe creduto capace, sperimentazioni come il quadro di cui voglio parlarvi oggi. S’intitola 1024 Colori (dal tedesco “1024 Farben”) ed è un dipinto che misura 2,54 x 4,78 m ora esposto al Centro Pompidou di Parigi. Gerhard Richter lo realizza nel 1973 considerandolo al pari di una sfida con i princìpi dell’ottica, se non di una sfida con se stesso : come accostare dei colori senza creare l’impressione che la tela sia deformata ? Se infatti si dipinge una trama di rettangoli, tutti delle stesse dimensioni ma tutti di colore differente, alcuni rettangoli sembreranno più grandi degli altri. Questo avviene perché ogni colore trasmette una sensazione spaziale diversa : il giallo, ad esempio, pare occupare maggior spazio del blu, di conseguenza un rettangolo giallo sembrerà più grande di un rettangolo blu delle stesse dimensioni e posto sulla stessa superficie.

Ma a parte questo gioco intellettuale, di per sé abbastanza innocuo, l’artista che cosa vuole esprimere dipingendo una grande tavolozza composta da 1024 colori ? Niente, l’artista non vuole esprimere un bel niente : Richter un giorno si è spiegato sull’apparente mancanza di contenuto e di significato delle sue opere precisando che tutte le cose, gli alberi, gli animali, gli uomini o le giornate che passano non presentano a loro volta nessuna motivazione, nessun fine, nessuno scopo. E su questo, lo ammetto, sarei quasi tentato di dargli ragione.

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