Una sera, per caso, con l’artista Nicolas Zadounaïsky

Un giorno dello scorso gennaio, non ricordo la data precisa ma doveva essere verso la fine del mese, avevo messo il consueto annuncio sul sito Blablacar. Offresi tre posti passeggeri per il tragitto Valence – Lione : sette euro a testa, commissioni incluse. Il breve itinerario si sarebbe svolto di sabato, la sera dopo le diciotto. Appena uscito dal lavoro mi sarei messo in viaggio, ma prima d’imboccare l’autostrada al casello di Valence nord ne avrei approfittato per recuperare gli eventuali passeggeri. Così funziona Blablacar : proponi un punto di partenza e un punto di arrivo, e chi vuole salta in macchina.

Senza titolo
Nicolas Zadounaïsky
2005. Tecnica mista

In quell’occasione avevo ricevuto una sola prenotazione, Nicolas, un uomo sulla cinquantina, francese, che a leggere la breve descrizione sul sito doveva essere un habitué di questo tipo di servizio. Bene, avevo pensato : oltre al piccolo rimborso spese, avrei avuto anche qualcuno con cui chiacchierare. Arrivata la sera del tragitto, scoglionatissimo dopo una giornata in ufficio passata per lo più a guardare per aria, mi sono presentato al luogo convenuto per il ritrovo, e lì ho trovato il mio passeggero per Lione.

Un uomo sui cinquanta, come effettivamente riportava la descrizione sul sito, alto, smilzo, i capelli grigi e gli occhiali dalle lenti spesse, vestito secondo uno stile che in Francia pare molto diffuso, tra il casual e lo sportivo (lascio a voi immaginare la combinazione dei vari indumenti). – Piacere Riccardo, piacere Nicolas : ci diamo del tu che è più semplice ? Certamente, nessun problema. – Di solito cerco di rompere il ghiaccio proponendo di abolire le formalità : meglio rischiare di passare per un villano, mi dico, piuttosto che per un sociopatico fanatico delle buone maniere. Talvolta mi riesce, e talvolta invece in macchina si crea il gelo. In quel caso, con Nicolas, una volta partiti per Lione la conversazione non ha fatto molta fatica a ingranare, il ghiaccio si è sciolto in pochi minuti, ma qualcosa pareva comunque trattenere il ritmo di una chiacchierata ordinaria – come se ci fossimo immessi in autostrada ma continuassimo a non superare il limite urbano dei cinquanta all’ora.

Ritratto
Nicolas Zadounaïsky
2013. Tecnica mista

Non c’era, tra di noi, la riservatezza che spesso frena il dialogo tra due sconosciuti appena incontratisi, oppure la diffidenza che talora percepisco in qualche utente novello di Blablacar. Lento, semplicemente Nicolas aveva un modo lentissimo di parlare : articolava le parole, costruiva le frasi con una lentezza, una placidità, un’attenzione che all’epoca di Facebook, di Twitter, delle sentenze vomitate a mille all’ora, parevano totalmente anacronistiche.

Ho sentito dire che gli asiatici, e tra loro soprattutto i giapponesi, durante le conversazioni anche più banali prendono delle lunghe pause tra una battuta e l’altra, senza curarsi dell’imbarazzo che il silenzio può provocare ; e questo, apparentemente, per riflettere meglio sulla risposta da dare al proprio interlocutore. Ecco, nel suo modo di conversare Nicolas mi ricordava quanto riferitomi sulle abitudini comunicative dei giapponesi ; poche parole, buone parole, intervallate da lunghi momenti di silenzio cogitativo.

– E tu, invece, nella vita che fai ? – Alla domanda di rito, il mio passeggero tuttavia ha mostrato poche esitazioni : disegno, dipingo… insomma sono un artista. A quel punto, trovato finalmente un terreno d’intesa, non sono più riuscito a trattenermi. – Un artista ? Ma dai ! Pensa che io sono un grande appassionato d’arte, soprattutto d’arte moderna e contemporanea, sull’argomento tengo persino un blog… niente di professionale, s’intende, giusto un sito web in cui scrivo delle mostre che visito, i musei, gli artisti che incontro… comunque, dimmi, tu che tipo di opere fai, intendo opere astratte, opere figurative ? – E lì, di nuovo, un lungo silenzio prima della risposta. – Guarda… non sono in grado di spiegartelo… non faccio della pittura astratta, no, direi proprio di no, però, come farti capire… dovrei mostrarti i miei lavori. –

Tra le due
Nicolas Zadounaïsky
2014. Guazzo su carta

L’alone di mistero emanato dalle sue rare parole, la causalità del nostro incontro e, non ve lo nascondo, la stravaganza del personaggio, non potevano che accendere la mia fantasia. Chi era, riflettevo, chi mai poteva essere quest’uomo che aveva un modo tutto suo di esprimersi, capitatomi in macchina una sera d’inverno, e che ora si scopriva persino artista ? Ancora prima di vedere le sue opere e conoscere la sua storia, mi stavo già immaginando chissà quali avventure, chissà quali segreti, chissà quali pensieri potevano animare la sua esistenza presente e passata.

Autoritratto italiano
Nicolas Zadounaïsky
2007. Olio, guazzo, foto e pastello su cartone

E così, strada facendo, ho lasciato che Nicolas Zadounaïsky – questo è il suo nome per intero – mi raccontasse di lui. Non tanto la cronaca della sua vita, infanzia, studi, lavoro, famiglia e tutto il resto, quanto i ricordi, i pareri, le suggestioni che in quel momento gli passavano per la testa. Dopotutto, credo di aver capito, è in tal maniera che vanno presi gli artisti un po’ pazzoidi : partendo da brandelli di discorsi e opere sparse, tentare di risalire alla loro personalità complessa. Di Nicolas Zadounaïsky, dopo il nostro breve viaggio e alcuni incontri successivi, durante i quali lui mi ha effettivamente mostrato i suoi dipinti e disegni, sono riuscito a farmi un’idea : un’idea ancora imprecisa, certo, e forse anche molto soggettiva, ma pur sempre di un’idea si tratta.

Che tipo di artista è Nicolas ? Grezzo, Nicolas Zadounaïsky è un artista grezzo : probabilmente il primo artista di tal sorta che mi sia capitato di conoscere di persona. Essere un artista grezzo, badate, non ha nulla a che fare con le maniere personali ; Nicolas, insomma, non è un uomo che mangia il pollo con le mani o si cambia i calzini una volta la settimana. La nozione di arte grezza, teorizzata a metà del secolo scorso dal pittore e scultore francese Jean Dubuffet, si riferisce alle produzioni creative di persone prive di qualsiasi educazione artistica o persone in condizioni di esclusione sociale : pazienti di ospedali psichiatrici, carcerati, individui che vivono in solitudine estrema. Uomini e donne ai margini della società che un bel momento della loro vita sono assaliti da un istinto, una voglia spontanea, un’ispirazione, e con pochissimi mezzi a disposizione e al di fuori di qualsiasi canone estetico iniziano a produrre dell’arte ; arte allo stato puro, arte allo stato grezzo appunto.

Ipocondriaco verde
Nicolas Zadounaïsky
2002. Tecnica mista

Zadounaïsky, quando cominciò a disegnare e dipingere, non era un individuo a digiuno di cultura o rinchiuso in un centro di detenzione ; il suo era piuttosto un eremitaggio in mezzo alla gente. All’inizio degli anni ’90 viveva a Parigi, sua città natale, e lì lavorava come magazziniere presso la Fnac a Place du Châtelet. All’apparenza si trattava di un giovane come tanti, non fosse per un problema che manifestava non appena apriva bocca per avviare il discorso. Nicolas soffriva di balbuzie, un disturbo del linguaggio che impedisce il normale corso di suoni e parole, e questo gli aveva causato l’interruzione del percorso di studi oltre che serie difficoltà relazionali. La sua paura dello sguardo e del giudizio altrui era talmente grande che il giovane Nicolas voleva scomparire, diventare invisibile, anche a costo d’isolarsi dal mondo.

Non so se l’impiego al grande magazzino Fnac, nel cuore della capitale francese, rappresentasse per lui il cantuccio in cui rifugiarsi dalle disillusioni dei primi vent’anni o un pantano che lo stava pian piano inghiottendo, fatto sta che un bel giorno decise d’iscriversi a un corso di fotografia : forse nella speranza di dare una svolta alla propria carriera, o forse, più semplicemente, per variare le attività del tempo libero. Quando si fotografa, d’altronde, non c’è bisogno di aprire bocca, pertanto imparare questa tecnica gli avrebbe comportato pochi imbarazzi.

L’occidente si guarda nei fari
Nicolas Zadounaïsky
2007. Tecnica mista

Alla fine del corso, Nicolas Zadounaïsky decideva di non intraprendere la professione di fotografo, ma qualcosa si era comunque destato in lui ; qualcosa che in futuro si sarebbe rivelato straordinariamente potente, ma che all’epoca era ancora allo stato embrionale. Si trattava di un’attitudine spontanea, o meglio, un bisogno, un bisogno man mano crescente : il bisogno di esprimersi, creare, tirare fuori quello che per troppo tempo aveva preferito tacere e lasciar soffocato in gola. L’irrefrenabile bisogno di arte.

Miseria maschile
Nicolas Zadounaïsky
2019. Guazzo su carta

Per dar forma ai propri pensieri, alle proprie idee, Nicolas capiva che la tecnica del disegno a pastelli era quella a lui più congeniale, e così, la sera, i fine settimana, nelle ore di svago, realizzava disegni e colorati collage. A influenzarlo, malgrado egli si sentisse svincolato da qualsiasi corrente o linguaggio artistico specifico, erano i grandi maestri della pittura moderna, Picasso, Chagall e l’amatissimo van Gogh, ma la vera ricerca di una propria identità creativa partiva per lui dalla lettura dei saggi sull’arte grezza di Jean Dubuffet, L’Homme du commun à l’ouvrage e Asphyxiante culture. Come un bambino che da solo impara a muoversi, a percepire la realtà che lo circonda, a camminare e infine anche a parlare, Nicolas Zadounaïsky si costruiva pian piano un proprio alfabeto di segni, di figure, di sogni dipinti su carta. Quello che non riusciva a esprimere a parole, lui lo comunicava ricorrendo a colori, matite, pastelli e agli svariati materiali che contribuivano alle sue sorprendenti composizioni visive.

A dispetto del suo carattere introverso, anni luce dalla cool attitude che tanto conta nella promozione dell’arte, alcuni disegni a pastello di Zadounaïsky vennero notati dalla direzione della Fnac, che decise di esporli all’interno del centro commerciale. Una vetrina da urlo, per il giovane artista : autodidatta, senza alcuna aspirazione di gloria o di quattrini facili, in poco tempo vedeva i propri lavori presentati all’immenso pubblico che quotidianamente affollava il grande punto vendita Fnac di Châtelet.

Senza titolo
Nicolas Zadounaïsky
2019. Guazzo su carta

A notarli, infatti, erano ragazzi, turisti, acquirenti di libri, dischi e cianfrusaglie, artisti di professione e pubblicitari a corto d’idee che scorrazzavano in giro nel tentativo di ritrovare l’ispirazione. E in questa moltitudine di persone, c’era persino l’uomo che sarà il suo primo cliente : François-Henri Pinault, figlio del ricchissimo imprenditore bretone François Pinault e all’epoca amministratore delegato del gruppo Fnac, rimase a tal punto colpito dai disegni di Nicolas Zadounaïsky da decidere di comprarne alcuni e proporre all’artista di realizzare un catalogo a lui totalmente dedicato.

Quello che in molti avrebbero considerato come una vincita al SuperEnalotto, per Nicolas fu quasi una doccia fredda : davvero Monsieur Pinault figlio intende acquistare dei miei quadri ? E quanto li vuole pagare ? Preso così, alla sprovvista, incredulo davanti a un successo più grande delle sue stesse ambizioni, il giovane artista rimase quasi paralizzato, finendo per cedere solamente cinque dei suoi disegni al facoltoso collezionista. Non si sentiva pronto, Nicolas, e forse non lo era davvero ; proposte di collaborazione gli arrivarono da più parti, persino dal celebre quotidiano Le Monde, ma lui, che dire, voleva soltanto disegnare, fare dei collage con carta e cartoncino. Giocare con i colori nella sua cameretta : e chi se ne importa se fuori piove o c’è il sole.

Senza titolo
Nicolas Zadounaïsky
2011. Guazzo su carta

Questo suo modo di affrontare l’attività artistica, considerata più uno sfogo emotivo che un vero mestiere, si rivelò fruttifero nei primi anni di attività, alcune gallerie e musei parigini s’interessarono ai suoi lavori e il pubblico dimostrò grande entusiasmo durante le esposizioni, ma nel lungo periodo, purtroppo, l’incostanza con cui Nicolas Zadounaïsky realizzava nuove opere lo allontanò dal mercato dell’arte. Lui tuttavia continuava per la sua strada, senza dare troppo ascolto a chi gli consigliava d’impiegare il suo talento creativo nell’industria pubblicitaria o quantomeno dare una cadenza più uniforme alla sua produzione artistica. Iniziava un’opera, la piantava a metà e la terminava due o tre anni più tardi ; mostrava i suoi lavori inediti ad altri artisti e si stupiva di vederli poi plagiati in contesti inattesi ; rifletteva, rifletteva tanto, rifletteva addirittura troppo. Insomma, faceva tutto ciò che non andrebbe fatto per generare introiti solidi e regolari dal commercio della sua arte.

Ho un blues innato
Nicolas Zadounaïsky
2016. Pastello su carta

Nei primi anni del nuovo millennio, poi, invaghito di una donna italiana, Zadounaïsky da Parigi si recava spesso a Venezia, fermandovisi in pianta stabile nel 2006. L’idea di diventare un artista di professione, se mai l’aveva toccato, a quel punto perdeva ancor più consistenza, ma questo non gli impediva di continuare a creare. Nei suoi lavori confluivano ormai oggetti e materiali disparati, imballaggi rinvenuti per strada, ritagli di giornale, piccoli accessori ricavati dal quotidiano. Con alcune scatolette di medicinali recuperate nell’appartamento dei nonni defunti, pensate, realizzò persino un destabilizzante autoritratto intitolato Ipocondriaco verde.

È meno romantico, signora
Nicolas Zadounaïsky
2017. Guazzo su carta

Era art brut, arte grezza, arte nata dal solo istinto di fare arte : e tanto Nicolas disegnava, dipingeva, ritagliava, incollava, assemblava, dava una forma concreta alle proprie idee, quanto più gli riusciva di scoprire aspetti sconosciuti della propria persona. Lui, l’adolescente schivo, il giovane uomo taciturno e serioso, a trent’anni compiuti si accorgeva del potere straordinario che lo humor può esercitare nell’arte e nella vita di tutti i giorni.

Le frustrazioni, le inquietudini, i desideri più nascosti, quelli che non riusciva a confessare nemmeno a se stesso, riaffioravano così in superficie, si presentavano alla sua coscienza, ma piuttosto che imbarazzarlo o addirittura intimorirlo gli ispiravano immagini di una sensualità lieve, leggerissima, una sensualità più ironica che veramente erotica. Tutt’altro che torbidi, infatti, sono i suoi disegni che celebrano la danza della seduzione : silhouette morbide e slanciate, battute maliziose, ammiccamenti voluttuosi. Ma anche, nascosti tra i ghirigori colorati, chiari riferimenti fallici.

Dopo otto anni passati in Italia e la fine della storia d’amore con l’italiana – se mai, a suo parere, una storia d’amore possa avere una vera fine – Nicolas Zadounaïsky rientrava in Francia, ma invece che stabilirsi nuovamente nella capitale sceglieva il sud, le Alpi dell’Alta Provenza e il dipartimento rurale della Drôme. A motivare questa sua decisione era ancora una donna, francese questa volta. Dopotutto, mi spiegava l’ultima volta che l’ho visto, una sera di settimana scorsa, per tutta la vita non ha fatto che lasciarsi portare dagli incontri, mettendo i sentimenti al primo posto. Senza di questi, infatti, quale arte ci si potrebbe mai inventare ?

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