Jack Kerouac. Pittura Beat

Jack Kerouac, proprio lui, lo scrittore americano con il fisico da pugile e il viso da divo del cinema : quando lessi il romanzo che lo rese mondialmente famoso, quel Sulla strada pubblicato nel 1957 e sbandierato nel corso degli anni quale manifesto dei movimenti culturali più variegati (dai pellegrini di Santiago ai moderni hipster, includendo anche gli adepti del sito blablacar), avevo appena quindici anni, e l’impressione che ne ricavai fu simile a quella di una mia compagna di scuola. Come l’hai trovato ? A me è parso noioso, commentò lei vedendo che ne tenevo una copia nello zaino per leggerlo durante i lunghi tragitti in metropolitana.

All’epoca diedi ragione alla mia compagna, Sulla strada era un libro noioso, zeppo di ripetizioni e allusioni astruse, intriso di un ribellismo ormai datato, ma c’era qualcosa nel suo autore, in quell’americano dal nome dalle assonanze aliene, forse slave, che esercitava su di me una fascinazione sotterranea. Non si trattava solamente del suo abbigliamento informale o della sua capigliatura sportiva, agli antipodi degli intellettuali stempiati con bretelle e panciotto che ancora popolavano l’editoria anglosassone.

Erano la sua vita, il suo modo di vivere appassionato e selvaggio, pieno di viaggi, di musica, di letteratura, che mi distraevano in vaghe fantasie. Le fantasie di un adolescente che dai banchi di scuola, tra una versione dal greco e un’equazione matematica, sognava anche lui un giorno di diventare un tipo eccentrico, un tipo figo : un personaggio, ecco come m’immaginavo Jack Kerouac : prima di essere uno scrittore, un poeta, considerato tra i massimi campioni della letteratura americana del ventesimo secolo, Jack Kerouac era un personaggio, un esemplare umano divenuto ormai un modello per giovani di diverse generazioni.

Aquila
Aquila
Jack Kerouac
ND. Olio su tela

Mi piaceva, Jack Kerouac, mi piaceva più del suo celebre romanzo. Stroncato nel 1969 all’età di quarantasette anni da una condotta vagabonda prima che da alcol e droga, rappresentava per me l’ideale di anticonformismo, di spensieratezza, di ribellione. Insomma, pare stupido a dirsi, ma Jack Kerouac era la mia idea di libertà. La libertà di partire, la libertà di tornare, la libertà di andare ovunque si abbia voglia di andare. La libertà di essere finalmente se stessi. Probabilmente era questa, la vera essenza di Sulla strada, ma io preferivo la vita di Kerouac, la vita reale, a quella inventata dei personaggi del libro.

A qualche anno di distanza, quando del romanzo e del suo autore mi è rimasto solo un vago ricordo, per di più infiacchito dalle delusioni che solitamente accompagnano la maturità, ho appreso da una collega di lavoro una notizia curiosa che per una volta esulava d’argomenti strettamente professionali (di mestiere vendo piscine : raramente parliamo d’arte e letteratura). Ma tu lo sapevi che Jack Kerouac era anche pittore ? Pensa che il Museo d’Arte di Gallarate presenta una mostra sulla sua attività grafica e pittorica… Kerouac pittore, questa è bella : stuzzicato dalla recente scoperta, una piovosa giornata di fine dicembre mi sono recato in macchina nella cittadina di Gallarate, in provincia di Varese, sulle tracce di Jack Kerouac e del mio piccolo mito d’adolescente.

Cuore Sacro
Cuore Sacro
Jack Kerouac
ND. Olio su carta

Kerouac. Beat Painting è già dal titolo una mostra all’insegna del Beat, quel movimento letterario e artistico lanciato da Kerouac stesso e un gruppo di giovani intellettuali americani all’indomani della seconda guerra mondiale. Quando gli Stati Uniti d’America si compiacevano del più grande periodo di prosperità mai conosciuto, tra automobili, televisori e frigoriferi, Jack Kerouac e i suoi amici Neal Cassady, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lucien Carr, Lawrence Ferlinghetti e William S. Burroughs rifiutavano i valori dominanti.

Senza titolo
Senza titolo
Jack Kerouac
ND. Pennarello acquarello e vinavil su carta

Al perbenismo borghese dell’epoca, già contaminato di smanioso consumismo, loro opponevano una mentalità nuova, un pensiero eversivo che con il tempo avrebbe portato all’emancipazione culturale e sessuale degli anni ’60. Poesia, jazz, teatro, romanzi, cinema, letture pubbliche, vernissage, arte, amore, spiritualità… questa era la Beat Generation, dove Beat stava per stanco, frusto, abbattuto, ma anche per beato, secondo il credo cattolico con cui era cresciuto in nostro Kerouac.

L’avvicinamento di Kerouac alla sperimentazione pittorica avvenne in maniera più ingenua e distratta che alla letteratura. Non voleva diventare un pittore, Jack Kerouac, e in fondo non gli interessava nemmeno essere considerato un artista : la sola cosa che gli premeva era divertirsi, e se il divertimento passava dallo scrivere libri, ascoltare la musica, partire in viaggio verso la costa occidentale o dipingere un quadro, per lui faceva poca differenza. Questa maniera di concepire il disegno e la pittura si rifletteva nella sua tecnica creativa, che pareva quasi quella di un bambino : Kerouac utilizzava materiali quali vernici da pareti e colla, e per spalmare il colore su tele e fogli di carta ricorreva spesso alla punta delle dita. La sua prima opera d’arte figurativa è fatta risalire alla fine degli anni ’40 e rappresenta un uomo che si suppone fosse suo padre, ma era nel decennio successivo, in corrispondenza del successo letterario, che la produzione grafica e pittorica di Jack Kerouac iniziava a intensificarsi.

Truman Capote
Truman Capote
Jack Kerouac
1959. Olio su tela

Sprovvisto di qualsiasi formazione accademica, autodidatta genuino – non aveva nemmeno terminato gli studi alla Columbia University di New York – Kerouac disegnava e dipingeva personaggi e situazioni che interferivano con il suo quotidiano. Poteva essere una persona comunemente frequentata, come l’amico scrittore William S. Burroughs, o il Cardinal Montini, visto in foto su una rivista di costume, oppure uno di quei paesaggi americani che popolavano il suo immaginario letterario. Persino la prima copertina di Sulla strada fu realizzata da lui stesso. Non dipingeva bene, Jack Kerouac, non metteva cura nei particolari o meticolosità nella creazione prospettica, dipingeva secondo lo stile che in quel periodo andava per la maggiore aldilà dell’Atlantico.

Senza titolo
Senza titolo
Jack Kerouac
ND. Tempera, china e colla su carta

Nel secondo dopoguerra a New York e dintorni c’era il revival dell’espressionismo, la pittura a tinte forti e linee spezzate che nei decenni precedenti aveva furoreggiato in nord Europa e adesso andava a braccetto con la corrente astratta : l’espressionismo astratto, così chiamavano lo stile praticato da artisti quali Jackson Pollock, Mark Rothko o Willem de Kooning, e a cui Jack Kerouac fu introdotto per il tramite dell’amica e amante Dody Müller. Alla trascuratezza nei confronti dei canoni accademici, all’infrazione del mero realismo, nei lavori di Kerouac faceva fronte una potente spinta emotiva. La sua era una pittura che partiva dal cuore e dal cervello, dall’emozione, da quell’inarrestabile fiume di pensieri che in molti dei suoi scritti veniva caoticamente espresso a parole.

Il flusso di coscienza, procedimento letterario consistente nell’accumulo concettuale all’apparenza sconnesso, era riprodotto materialmente con la forza dei gesti, l’impeto delle pennellate, l’accidentalità degli schizzi di colore. Nella repentina e incontrollata azione creativa scaturiva così l’intimità dell’artista : simbologie religiose, croci, visioni angeliche ed episodi dell’Antico Testamento – eredità dell’educazione cattolica di Kerouac – si fondevano a influenze pagane o elementi della cultura buddhista, generando festosi impasti cromatici e rapidi disegni a pennarello che paiono anticipare la spontaneità della street art.

Senza titolo
Senza titolo
Jack Kerouac
ND. Olio su tela

Pastrocchi o colpi di genio, le pitture di Jack Kerouac ? Osservandole alla mostra presso il museo di Gallarate mi veniva lo stesso, lontano presentimento provato giovanissimo davanti al suo capolavoro letterario. Con la differenza che questa volta dell’artista scrittore americano avevo un’immagine più concreta, storica, documentata al termine del percorso espositivo da una rara intervista pescata in un vecchio archivio della Rai. Nel filmato in bianco e nero, commentato da una voce fuori campo, si vedevano la traduttrice Fernanda Pivano alle prese con Jack Kerouac in visita a Milano nel 1966 : lei giovane ed entusiasta, lui ultraquarantenne e con il viso gonfio, i capelli arruffati e le palpebre semichiuse che nascondevano lo sguardo stravolto da una vita di eccessi. Era questo Jack, l’autentico Jack Kerouac, il ragazzo invecchiato che si batteva il capo con i pugni ripetendo un incomprensibile bum bum bum ?

Stentando a credere che dietro alle parole, dietro ai libri, dietro a dei dipinti talmente potenti ci fosse un semplice uomo dall’aria fragile e persa, uscivo dall’edificio che ospita il museo e mi avviavo verso la macchina parcheggiata, e intanto che guidavo sotto la pioggia in direzione di Milano la mia immaginazione riandava a quel giovane scanzonato che percorreva l’America in pullman o autostop, e a quel punto pensavo a Jack Kerouac, pensavo persino al vecchio Jack Kerouac, il mito che mai trovammo, pensavo a Jack Kerouac.

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