Pollock, De Kooning, Newman e gli altri ragazzi del mucchio

Se uno di questi giorni vi capitasse di trovarvi a Milano, dalle parti di piazza del Duomo, è facile che vi imbattiate in una coda di gente che attende. Attende di entrare in una delle mostre attualmente in corso a Palazzo Reale. Kandinsky, Warhol, Rodin, il Volto del 900 e Pollock. Di roba da vedere ce n’è tanta, ma purtroppo la fila è una sola : quindi, cari miei, qualsiasi esposizione vogliate visitare, dovete comunque sorbirvi l’attesa all’ingresso. Ma ne vale veramente la pena ? Nel caso della mostra Pollock e gli Irascibili, sì. Aperta dal 24 settembre 2013 fino al 16 febbraio 2014, Pollock e gli Irascibili comprende 49 opere provenienti dal Whitney Museum of American Art di New York. Un prestito illustre alla città di Milano.

Fuochi d'artificio
Fuochi d’artificio
Jackson Pollock
1950. Olio, smalto e pittura di alluminio su alluminio

Pollock e i suoi amici sanguigni, passionari, irriducibili. Irascibili. The Irascibles : chi erano costoro ? Jackson Pollock, Willem de Kooning, Mark Rothko, Barnett Newman, Robert Motherwell, Franz Kline, Adolph Gottlieb, William Baziotes, James Brooks, Bradley Walker Tomlin, Jimmy Ernst, Ad Reinhardt, Richard Pousette-Dart, Theodoros Stamos, Clyfford Still e Hedda Sterne. Non una vera e propria corrente di pittori con un manifesto, delle regole formali prestabilite o delle convinzioni condivise; quanto piuttosto un gruppo di artisti accomunati da uno stile, innovativo per la loro epoca, passato alla Storia come Espressionismo Astratto.

Ma perché “Irascibili” ? Perché è così che li definisce il quotidiano americano Herald Tribune nel maggio del 1950, quando questi, indignati a causa della loro esclusione da una mostra del Metropolitan Museum of Art di New York dedicata agli artisti americani contemporanei, scrivono una lettera piena di rammarico al presidente del museo Roland L. Redmond. Ma la protesta non finisce qui.

gruppo-irascibiliA sberleffo dell’istituzione artistica newyorkese, gli Irascibili si fanno anche immortalare vestiti da banchieri in una celebre fotografia pubblicata nel gennaio del ’51 sulla rivista Life. Degli artisti vestiti da banchieri : mica male come trovata. Non m’immagino che effetto farebbero dei banchieri vestiti da artisti. La loro ascesa tuttavia risale a qualche anno prima.

Era la fine degli anni ’30, e l’America non aveva ancora sviluppato un linguaggio artistico che le fosse specifico. Il punto di riferimento, la Stella Polare dell’arte erano ancora l’Europa, Parigi, i grandi maestri come Picasso, Van Gogh, gli Impressionisti. Alcuni talenti d’oltreoceano, tuttavia, stavano iniziando a remare controcorrente. Capofila tra questi è Jackson Pollock, considerato da molti come il primo artista 100% made in Usa. Più famoso persino della Coca Cola. No, della Coca Cola no. Ma delle ciambelle alla glassa sì. Nato nel 1912 a Cody, cittadina dello stato del Wyoming, Pollock gli Stati Uniti li gira in lungo e in largo prima di approdare a New York e diventare nel mondo dell’arte quello che Jack Kerouac e James Dean sono per la letteratura e il cinema. Una star maledetta, tormentata. E, ovviamente, scomparsa in maniera prematura e violenta.

Numero 27
Numero 27
Jackson Pollock
1950. Olio, smalto e pittura di alluminio su tela

Tra le opere di Pollock esibite alla mostra di Palazzo Reale svetta la Numero 27, una tela da 124,6 x 269,4 centimetri su cui il pittore ha fatto sgocciolare olio, smalto e pittura d’alluminio secondo la celebre tecnica del dripping (che in inglese vuol dire per l’appunto “sgocciolatura”). Un reticolo colorato apparentemente sconnesso ma in realtà dotato di una propria armonia, o meglio di un proprio ritmo visto che siamo in piena epoca beat. Un modo nuovo di dipingere, quello di Jackson Pollock : la tela non sta più sul cavalletto ma è messa per terra, rivolta verso l’alto, mentre il pittore ci lavora girandoci attorno e lasciandosi trasportare dalla follia creatrice che gli ispira il gesto artistico, danza improvvisata e per questo irripetibile. A contare non è solamente il risultato finale, il dipinto, ma il processo creativo in sé, l’atto fisico del dipingere. Questo non vi ricorda qualcosa ? Ma sì, certo, la pittura con la sabbia dei nativi americani. Sapevo che ci sareste arrivati da soli. Pollock dichiara apertamente di esser stato influenzato dall’arte rituale dei Pellerossa, come anche dal surrealista tedesco Max Ernst e dal grande muralista messicano David Alfaro Siqueiros.

La Promessa
La Promessa
Barnett Newman
1949. Olio su tela

Alla mostra di Palazzo Reale non sono esposte opere solamente di Jackson Pollock, ma anche di altri Irascibili e di loro precursori. Rigoroso nell’astrazione addirittura più di Pollock è il compatriota Barnett Newman, che non ha bisogno di trasferirsi a New York dato che già ci nasce, nel 1905. Davanti alla sua grande tela La Promessa pare di guardare lo schermo guasto di un vecchio televisore a tubo catodico, uno di quegli elettrodomestici che si riparavano a pugni e insulti. Un fondo nero interrotto da due sottili strisce verticali leggermente sbavate, una grigia e una di color sabbia. A Newman piace chiamarle “zip”, cerniere, come quelle dei pantaloni. Il pittore le realizza in due maniere : dipingendole semplicemente in rilievo rispetto al fondo colorato, oppure applicando una fascia di carta alla tela e sfregandovi del colore, lasciando che questo sbordi e crei l’effetto sbavato. Tolta la fascia, ecco ottenuta una striscia in negativo. Vi pare un po’ asettico ? Eh già, in Barnett Newman la danza eccitata dell’amico Pollock lascia spazio all’austerità. Quando si dipinge, si dipinge. Mica si balla. Dioniso cede il posto a Cartesio.

Porta che va al fiume
Porta che va al fiume
Willem de Kooning
1960. Olio su tela

Se nella maggior parte delle opere degli Irascibili non v’è quasi traccia di raffigurazione, trattandosi per lo più di pitture astratte, nei quadri dell’olandese americanizzato Willem De Kooning si possono riconoscere personaggi, oggetti, paesaggi. Alla mostra sono presenti due sue opere, tra cui il bellissimo Door to the river, ovvero la Porta che va al fiume. La porta, voi la vedete la porta ? Sì dai, sono quelle quattro pennellate al centro del dipinto. Poi c’è il tetto della casa, giallo, e attorno a questa costruzione stilizzata sono presenti tracce di blu che rimandano al liquido, all’acqua, al fiume. La porta che va al fiume. I colori paglierini hanno un non so che di Van Gogh, probabilmente gli olandesi condividono gli stessi gusti cromatici, mentre l’atmosfera di calma assolata mi ricorda i caldi pomeriggi estivi al fiume con gli amici Tom Sawyer e Huckleberry Finn. Che bello essere ragazzi… E poi, oltre a De Kooning alla mostra chi c’è ? Beh, potrei parlarvi delle opere di Baziotes, Kline, Rothko… Ma forse è meglio che ci facciate un giro di persona. Anche perché non vi resta che poco più di un mese.

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