Tra i nottambuli di Edward Hopper

E va bene, d’accordo, da qualche settimana bar e ristoranti in Europa stanno pian piano riaprendo e siamo tutti più contenti. Verrà il giorno, si spera non troppo lontano, in cui potremo di nuovo sederci numerosi a un tavolo e passare una serata tra amici, chi trincando birra o Barolo e chi – come il sottoscritto – accontentandosi di arachidi e gazzosa. Nell’attesa, nella trepida attesa, confesso che mi è capitato d’avere pensieri un po’ strani, impressioni sfocate che mi provocavano un leggero malessere : forse il colpo di coda dei lockdown a ripetizione cui siamo stati costretti negli ultimi mesi.

Succedeva per lo più a casa, la sera prima di andare a dormire oppure la mattina presto appena alzato, quando ancora intontito dal sonno cerco di mandare giù qualche biscotto e un bicchiere di latte. Rimanevo lì, in sala o in cucina, stanco, disorientato, irrigidito, con la testa per aria e lo sguardo da pesce lesso. Fortuna che vivo da solo, altrimenti è facile che mi avrebbero preso per uno svitato. A farmi questo effetto non erano propriamente dei ricordi, immagini dal passato che tornano d’un tratto allo scoperto, quanto dei brevi mancamenti, attimi in cui la normale lucidità sembrava venir meno : delle sensazioni discontinue che risalivano a un tempo e un luogo lontani, incollocabili sul filo della memoria ; delle bizzarrie che raramente, pur prolungandosi qualche istante, si cristallizzavano in sogni a occhi aperti.

Una volta riemerso dall’incantamento, infatti, a malapena ero in grado di rendermi conto di cosa fosse appena accaduto, a malapena riuscivo a capacitarmi delle rapidissime visioni che avevano attraversato la mia percezione lasciandomi del tutto confuso, come un viandante notturno abbagliato dai fari di un’automobile in corsa. In quelle fantasticherie c’era tuttavia qualcosa, una figura, no, più figure, delle linee, delle curve, dei colori che tornavano con una certa ricorrenza, forme screziate che creavano un leitmotiv onirico, al punto che pian piano sono riuscito a mettere assieme i pezzi e riordinare la composizione. Si trattava di un dipinto, un dipinto che sebbene io non abbia mai visto dal vivo distinguo comunque con facilità : chi d’altronde non riconoscerebbe I nottambuli dell’artista americano Edward Hopper ? Probabilmente uno dei quadri più famosi del ventesimo secolo, proposto e riproposto in tutte le salse, citato persino nel film Profondo rosso di Dario Argento, ma tuttora oggetto di mistero e immensa fascinazione.

I nottambuli
Edward Hopper
1942. Olio su tela

Realizzato nel 1942, quando il pittore stava per compiere i sessant’anni, I nottambuli è strutturato come un racconto a enigma : a chi lo guarda, infatti, sono presentati diversi indizi ma nessuna soluzione. L’ambientazione si dice ispirata a un piccolo ristorante all’intersezione tra due vie nel Greenwich Village, un quartiere di Manhattan poco distante da dove Hopper abitava, oppure a un aggregato immaginario di negozi prodotto dalla fantasia del pittore ; il contesto, l’arredamento, i personaggi dipinti paiono invece presi in prestito a due novelle di Ernst Hemingway, scrittore molto amato dall’artista. Al di là però delle varie supposizioni che negli anni sono state fatte attorno alle sue fonti d’ispirazione, peraltro mai suffragate da riscontri definitivi, il quadro va ben oltre la cartolina d’epoca, ben oltre la locandina da cinema poliziesco o l’illustrazione di romanzo hard boiled. Sono l’atmosfera sospesa, quei visi, quei corpi, quei vuoti, l’insegna tagliata, le vie deserte, i muri tinteggiati di giallo eclatante, la luce all’interno del locale che illumina la strada… sono i tantissimi dettagli a suscitare in chiunque guardi il quadro un’accesa curiosità.

Chi sono gli esausti avventori seduti al bancone ? Lui e lei, non più tanto giovani, indifferenti l’uno all’altra e con lo sguardo perso nel vuoto ? A loro si rivolge il cameriere ? Oppure all’individuo girato di spalle, che dell’altro cliente potrebbe essere la copia conforme semplicemente ritratta da una prospettiva diversa ? Sta per succedere qualcosa, oppure qualcosa è già successa e la scena dipinta non ne è che l’epilogo. Ma tutto sommato a noi non importa, no, a noi non importa, a noi non resta che rimanere imbambolati a spiare attraverso le grandi pareti di vetro, persi nella nostalgica contemplazione, abbandonati a una realtà che comunque non potremo capire : proprio così, a noi nottambuli non resta che chiudere gli occhi e continuare a sognare…


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