A lezione di reclusione con Abraham Poincheval

In questo periodo difficile (diciamocelo : in questo periodo di merda) è dura rimanere con la testa a posto. Per pubblico decreto siamo quasi tutti confinati in casa, chi a stare dietro a quella strana roba chiamata smart working, chi a improvvisarsi pasticcere o fornaio, e chi, invece, a fare un benemerito nulla. Guardare la televisione, ascoltare la radio o consultare i giornali online, poi, è più deprimente che partecipare a una pizzata tra colleghi quando si lavora in un’agenzia di pompe funebri : qualsiasi mezzo d’informazione rigurgita incessantemente notizie catastrofiche attorno alla pandemia di Covid-19, tanto che persino un evento lieto e simpatico quale il nuovo fidanzamento del buon vecchio Silvio è stato quasi del tutto trascurato. La voglia di sfogarsi, urlare, fracassare le stoviglie o battere la capoccia contro il muro è forte, fortissima, peccato però che lasciarsi andare a gesti disperati non contribuisce a combattere questo dannato virus, all’opposto, aumenta solo la nostra frustrazione.

Un buon metodo per farsi coraggio e andare avanti, a mio parere, è guardare l’esempio di persone che trovatesi in situazioni d’isolamento estremo, ben peggiori dello stare reclusi in appartamenti dotati di rete WiFi e forno elettrico, sono riuscite a vincere lo sconforto e costruire qualcosa di buono. Tra i tanti Robinson Crusoe dell’epoca moderna da prendere a modello, c’è un bizzarro personaggio di cui ho parlato qualche anno fa in occasione di un suo curioso exploit, Abraham Poincheval, artista francese che nel marzo del 2017 si è rinchiuso una settimana intera in una roccia gigante collocata all’interno del Palais de Tokyo di Parigi, uscendone con le mutande piene di merda ma il cuore traboccante di gioia.

Non era la prima volta che Poincheval eseguiva una performance di questo tipo, anzi, l’isolamento prolungato in luoghi angusti, ai limiti della sopportazione fisica e mentale, rappresentava già la sua principale cifra stilistica. Dopo l’esperienza in coppia con il collega Laurent Tixador, in compagnia del quale nel 2006 ha vissuto per venti giorni in un tunnel sotterraneo scavato con le proprie mani, nel 2011 l’artista performer compiva un viaggio a piedi dal comune francese di Digne-les-Bains a quello italiano di Caraglio utilizzando come solo riparo un grande cilindro metallico, mentre l’anno successivo si rintanava per diversi giorni in un buco dal diametro di 60 cm situato sotto una libreria di Marsiglia. Lo scorso autunno, inoltre, la Biennale di Lione ha messo in scena la sua Camminata tra le nuvole, spedizione da lui condotta in solitario appeso a un pallone aerostatico nel cielo del Gabon.

Queste imprese stravaganti, a detta dell’artista, sono tutte delle realizzazioni di sogni giovanili, ma soprattutto degli itinerari esplorativi nelle profondità del reale. Osservare il mondo da una prospettiva diversa da quella cui siamo abituati, una prospettiva estrema offerta dalla reclusione o l’allontanamento, permetterebbe infatti ad Abraham Poincheval di meglio connettersi alla realtà soggiacente l’incessante frenesia e il continuo brusio contemporanei.

D’accordo, ribatterà qualcuno, ma questo individuo sceglie volontariamente d’isolarsi dalla società, mentre a noi, adesso, è imposto senza possibilità di replica – o meglio, se vieni beccato a circolare per strada senza un motivo valido rischi fino a 3000 euro di multa. Inutile che io sottolinei l’importanza di evitare il più possibile il contatto con il prossimo al fine di arrestare la propagazione del virus : sono quattro settimane che ce lo ripetono fino alla nausea. Ma se proprio non potete accettare l’imposizione di rimanere in casa, se non riuscite nemmeno a prenderla con filosofia, fate come Poincheval. Prendetela con arte.


2 risposte a "A lezione di reclusione con Abraham Poincheval"

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