Human Flow, film documentario di Ai Weiwei

Può non piacere, talvolta le sue azioni possono sembrare eccessive, di cattivo gusto, oppure motivate dalla semplice ricerca della celebrità. Come quando due anni fa si è fatto fotografare accasciato sulla spiaggia dell’isola greca di Lesbo, nell’atto d’imitare il cadavere del giovanissimo migrante siriano Aylan Kurdi. Ai Weiwei è così, un artista della provocazione, un artista scomodo, figlio di un poeta cinese perseguitato sotto il regime di Mao e cresciuto con il pallino della contestazione, dell’irriverenza a ogni costo.

Certo che anche lui, non capire la lezione impartita al povero genitore : a furia di lanciare provocazioni a destra e a manca, si è procurato parecchi grattacapi e persino qualche zuffa con le autorità di Pechino, vedendosi costretto, nel luglio del 2015, ad abbandonare il proprio paese per trasferirsi a Berlino, città in cui ora vive dando corsi d’arte all’università.

Tra tante critiche, manganellate, notti passate in cella – e anche ingenti incassi derivanti dalle vendite delle sue opere – un merito bisogna riconoscerlo, a questo sessantenne dalla barba bianca e il ventre prominente : quello di trattare soggetti di estrema attualità senza giri di parole, andando subito al sodo. Ad Ai Weiwei non piacciono le allusioni, i mezzi termini, le maniere edulcorate, lui crea quello che pensa. Così era per la serie di fotografie in cui il suo bel dito medio si rivolgeva a monumenti d’importanza capitale (Casa Bianca, Basilica di San Marco, Piazza Tienanmen…), così è adesso per Human Flow, il film documentario da lui realizzato che da un paio di settimane circola nelle sale cinematografiche qui in Francia : una sleppa di quasi due ore e mezza che io ho avuto il coraggio di vedere un gelido venerdì sera di febbraio.

Human Flow, in italiano “flusso umano”, è dedicato a un argomento di cui si parla ormai quotidianamente sui giornali e in televisione, le migrazioni di massa che spostano migliaia di persone da un paese a un altro, oppure da un paese a un altro e a un altro ancora, facendole pertanto attraversare continenti interi.

L’interesse verso questo tema, peraltro già sviluppato in alcune sue installazioni artistiche, è stato suscitato ad Ai Weiwei dalla propria storia famigliare, il padre costretto all’esilio e lui stesso giovane espatriato a New York negli anni ’80, ma ciò che l’ha spinto a prendere in mano la telecamera per realizzare un film sono le recenti immagini degli sbarchi dei migranti sulle coste europee. Chi sono queste persone, questi uomini, queste donne, questi volti anonimi e disperati che decidono di abbandonare un paese devastato dalla guerra, dalla miseria o da condizioni climatiche estreme per lanciarsi in un viaggio pieno di avversità, per molti addirittura fatale ?

Partendo dalla cronaca di uno sbarco, quello di un gommone di siriani sulla costa di Lesbo, l’artista cinese ci accompagna sulla strada che dalla Grecia porta in Macedonia e finisce con l’infrangersi contro la barriera di rete e filo spinato eretta lungo il confine ungherese per bloccare l’arrivo dei migranti. Da lì, tuttavia, lo sguardo di Ai Weiwei si eleva oltre il fragile artificio concepito a contenimento del flusso umano e ci conduce in Giordania, in Libano, in Turchia, in Kenia, in Afghanistan, in Germania, negli Stati Uniti e persino sulle coste siciliane, offrendoci una panoramica degli immani fenomeni migratori che interessano tutto il globo.

Dai Rohingya stipati nei campi profughi bangladesi ai clandestini messicani arrestati in Texas e Arizona, quello di Ai Weiwei è un itinerario poetico tra recessi immondi e paesaggi meravigliosi, un percorso tra quanti vivono la propria quotidianità nella dolorosa condizione di esuli. Alle statistiche e ai puntuali dati quantitativi sulle migrazioni internazionali, nel corso del documentario vengono alternate interviste a rappresentanti politici o attivisti delle ONG, ma ciò che sta più a cuore all’artista improvvisatosi cineasta è mostrare le facce, le voci, la realtà delle persone sradicate dal proprio paese e abbandonate a un destino incerto in terra straniera. Fa riflettere, fa commuovere, fa emozionare – e a volte talvolta strappa persino un sorriso – il film Human Flow di Ai Weiwei. A dimostrazione che il cinema, oltre alle piazze, le strade, o le sale dei musei, può ancora essere un luogo d’attivismo sociale.

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Una risposta a "Human Flow, film documentario di Ai Weiwei"

  1. Sicuramente questo tipo di attivismo è necessario. Mi sembra che a volte ci si dimentichi di essere responsabili, se non dei mali di questa povera gente, almeno dell’aiuto che gli dobbiamo come uomini.

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