Quando David Hockney dipingeva due uomini in una doccia

David Hockney. Il pittore inglese artefice del prodigioso A Bigger Splash. Pensare che l’anno scorso mi sono lasciato scappare la grande retrospettiva organizzata in suo onore dal centro Pompidou di Parigi. Un loupé, dicono in francese, ossia uno di quegli errori grossolani cui normalmente si accompagna un profondo senso di vergogna : come quando in una partita di rugby ti passano il pallone e tu, mani di pastafrolla, lo lasci scivolare comicamente a terra, oppure, peggio ancora, come quando una favolosa ragazza rumena accetta il tuo invito a uscire e tu, seduttore ignorante, credendo di farle un complimento sul suo paese le dici che Budapest è una città meravigliosa.

Due uomini in una doccia
Due uomini in una doccia
David Hockney
1963. Olio su tela

Un brutto scivolone, la mia mancata visita alla mostra parigina di David Hockney, una grave svista cui tento comunque di trovare rimedio : oggi, infatti, ho deciso di pubblicare un breve articolo riguardante un’opera di Hockney scoperta qualche mese fa nell’ambito di un’esposizione sulla città di Los Angeles. Sì, perché Due uomini in una doccia è un dipinto dallo stile profondamente hockneyano (credo di essere il primo a usare questa parola) ma anche il piccolo reperto di un’epoca, gli anni ’60 nell’assolata California.

Quando arriva a Los Angeles, nel 1963, David Hockney è un artista di 26 anni nativo di Bradford, cittadina industriale nella contea inglese del West Yorkshire, e diplomato presso il prestigioso Royal College of Art di Londra ; un talento forse ancora acerbo, influenzato da un tardo gusto espressionista, ma che agli occhi di chi di arte ne capisce un poco lascia già presagire sviluppi interessanti. Fisicamente si presenta come un damerino stravagante, con quegli occhialoni dalla montatura rotonda e il folto casco di capelli biondi che lo fa vagamente somigliare allo scrittore americano Truman Capote. Al versante orientale degli Stati Uniti, a Boston, Philadelphia, New York, allora capitale dell’arte internazionale, covo della nascente pop art, Hockney preferisce le lontananze della costa pacifica, i lunghi viali alberati di Los Angeles dove non conosce ancora nessuno, e dove peraltro tutti gli hanno sconsigliato d’avventurarsi : se proprio vuole spingersi in California, gli è stato raccomandato, vada piuttosto nell’accogliente San Francisco, non in una città impossibile da vivere se si è sprovvisti di automobile.

Il giovane inglese atterra per la prima volta all’aeroporto di Los Angeles totalmente disorientato ma con l’entusiasmo dell’artista lanciato alla scoperta di quel mondo di spiagge, di palme, di strade, di luci visto innumerevoli volte nei film al cinema. Il suo obiettivo è dipingere una serie di paesaggi californiani da esporre poi alla galleria newyorkese dell’amico Charles Alan, le cose tuttavia prendono una piega inaspettata. Los Angeles, la città degli angeli, gli appare meravigliosamente come la nuova Atlantide, la civiltà sommersa : acqua, a Los Angeles David Hockney vede acqua dappertutto.

Non si tratta dell’immensità oceanica, le lunghissime onde cavalcate da bellimbusti in tavola da surf o il sole calante sull’orizzonte marino : queste sono immagini adatte semmai a cartoline turistiche. L’artista è intrigato piuttosto dalle maniere artificiali d’impiegare la risorsa idrica, o per dirla più chiaramente, dai mezzi ai quali ricorre l’uomo per usufruire dell’acqua senza bagnarsi nel mare o abbeverarsi ai fiumi. Ecco allora che nei dipinti di David Hockney compaiono annaffiatoi, rubinetti, docce, e soprattutto quei laghetti innaturali che fanno il lusso di Beverly Hills, Malibù, Hollywood, Bel Air e gli altri quartieri chic di Los Angeles, le piscine.

Il modo di vita rilassato, il benessere plateale, il fasto quasi pacchiano che hanno contribuito all’idealizzazione della California, punta estrema della maggiore potenza economica mondiale, sono ritratti da Hockney con colori luminosi ma privi di emozione : colori che dell’acqua portano la freschezza, la sensazione di refrigerio nella calura estiva, ma anche la genuina mancanza di sapore. L’acqua, quella pulita, è inodore e insipida. Alla struggente staticità del maestro Edward Hopper, pittore della solitudine nella quotidianità americana, David Hockney risponde quindi con immagini patinate, leggere, senza profondità. Immagini immateriali (liquide ?) ma non per questo immagini vuote. Anche una scena d’intimità come quella rappresentata in Due uomini in una doccia, malgrado peraltro l’evocazione di una tematica all’epoca ancora tabù, l’omosessualità, viene allora spogliata di qualsiasi effetto perturbante : scivola via il pudore, scivola via lo scandalo, restano i corpi, nudi, di due uomini intenti a lavarsi. Intanto che fuori, nel giardino, sotto la canicola californiana, qualcuno forse si sta facendo un bel tuffo in piscina.

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