YOKO ONO Luce dell’alba

Stavolta, è vero, sono andato prevenuto. La mostra YOKO ONO Luce dell’alba, attualmente al Museo di Arte Contemporanea di Lione, mi dava l’impressione del guazzabuglio incoerente e incompiuto. La colpa, del resto, era anche mia e della mia ignoranza : a parte qualche fotografia in compagnia del marito John Lennon, di Yoko Ono avevo visto solo dei video sparsi che la mostravano intenta a prodursi in bizzarre performance all’interno di musei e gallerie d’arte. L’ennesima artista sgangherata, pensavo. Beh, sapete cosa vi dico ? Avevo ragione. La retrospettiva dedicata alla Sig.ra Lennon è un vero guazzabuglio : un grande, spassosissimo guazzabuglio incoerente e incompiuto.

Add Color Painting
Add Color Painting
Yoko Ono
Prima realizzazione nel 1966. Pastelli e matite su tela

Il senso della mostra, nonché di tutto il percorso creativo dell’artista giapponese, è già esposto nelle grandi tele a cui i visitatori si confrontano all’ingresso. Add Color Painting, dei dipinti realizzati da Yoko Ono per la prima volta durante le serate nel suo loft di Chambers Street a New York, tra l’autunno del 1960 e l’estate del 1961. Un concetto, un’idea, prima che dei quadri veri e propri : l’artista mette a disposizione tele bianche e pastelli colorati, ai visitatori è lasciata libera scelta sul come utilizzarli. Chi si lancia in complicati scarabocchi, chi abbozza sagome umane, chi riporta messaggi verbali. Qualcuno, poi, quale il sottoscritto, sfrutta l’occasione a scopi auto promozionali.

Pare una burla, ma Yoko Ono fa sul serio : non importa che cosa risulterà dall’intrico di scritte, ghirigori e disegnini, l’artista è tra i primi negli anni ’60 a permettere al pubblico di partecipare alla creazione dell’opera. Partendo da un’istruzione, la semplice aggiunta del colore, e avendo a disposizione il materiale con cui lavorare, chiunque è invitato a collaborare al quadro. Come se Yoko Ono fornisse giusto gli strumenti, materiali e concettuali, per poi lasciare che siano gli altri, ovunque, anche diverso tempo dopo, a creare, definire, interpretare e inventare nuovamente l’opera.

Painting To Hammer A Nail
Painting To Hammer A Nail
Yoko Ono
1961/1966. Chiodi, martello, tela

Poste queste premesse, quasi non ci si stupisce se in una delle prime stanze della mostra i visitatori sono invitati ad attuare Painting To Hammer A Nail inchiodando sonoramente (dovevate sentire che martellate !) delle riviste d’arte al muro, o a rispettare il Painting To Be Stepped On calpestando un pezzo di tela verniciata. Un’arte interattiva, concettuale, quella di Yoko Ono : l’artista detta le regole, o come piace a lei chiamarle, le istruzioni, e il pubblico le mette in pratica a proprio modo. Al pari di una partizione musicale differentemente interpretabile, un’opera d’arte può venire riattualizzata nel corso del tempo e assumere di volta in volta significati nuovi, lontani dalle intenzioni originali del primo creatore.

Un esempio tra i più divertenti delle pitture d’istruzione è Kitchen Piece, letteralmente “pezzo di cucina”, una serie inizialmente realizzata nel loft newyorkese dell’artista nei primi anni ’60 e successivamente presentata all’Indica Gallery di Londra nel 1966. Quasi uno sberleffo all’espressionismo astratto, una corrente artistica americana all’epoca molto in voga : Yoko Ono proponeva agli invitati di gettare gli avanzi della cena sulle tele immacolate, lasciando che fosse il caso a stabilire la forma del variopinto paciugo che ne sarebbe risultato. In occasione della retrospettiva lionese, l’artista si è addirittura rivolta agli esperti. A cucinare la zuppa con cui inzaccherare le tele, infatti, sono stati chiamati gli chef francesi Mathieu Viannay e Grégory Cuilleron. Dall’arte concettuale all’arte culinaria il passo è stato breve.

Kitchen Piece
Kitchen Piece
Yoko Ono
Prima realizzazione nel 1960/1961. Resti di zuppa su tela

Oltre alle pitture d’istruzione, spunti di riflessioni su cosa significa veramente fare dell’arte e sul ruolo rivendicato dall’artista contemporaneo, gran parte del percorso creativo di Yoko Ono è indissociabile dalla sua attività in campo umanitario. Yoko Ono e John Lennon : forse tra i più famosi militanti per la pace del XX secolo. Da una copia che celebra la luna di miele in pigiama bianco discutendo ore e ore sul letto di politica e pace nel mondo (si chiama Bed-In, ma se lo cercate su YouPorn non lo trovate), ci si può davvero attendere di tutto. La canzone Give Peace A Chance, improvvisata per caso da Lennon sul letto e presto diventata inno pacifista planetario, e una collezione di singolari installazioni artistiche della Ono che vanno dagli anni ’60 fino ai giorni nostri.

Balance Piece
Balance Piece
Yoko Ono
Prima realizzazione nel 1997. Oggetti vari e legno

Delle diverse opere presenti alla mostra, ho deciso di selezionarne tre : quelle che mi sono piaciute di più. Balance Piece viene realizzata nel 1997 ma è ispirata a un’idea giovanile dell’artista. Un’istruzione del 1958 che propone di porre un magnete sul muro sinistro di una stanza affinché tutti gli oggetti si spostino a sinistra, così da equilibrare il nostro spirito troppo ancorato a destra. Il risultato visivo è di forte impatto, a metà strada tra un videoclip di Jamiroquai e un cartone animato con Wile E. Coyote. Bastasse una calamita a captare i voti degli elettori, a destra o sinistra secondo i casi, sarebbero risolti tutti i problemi delle democrazie occidentali.

We Are All Water
We Are All Water
Yoko Ono
Prima realizzazione nel 2006. Bottiglie di vetro, inchiostro su carta

Meno dinamica ma non per questo meno disorientante è invece We Are All Water, letteralmente “Siamo Tutti Acqua”. Ispirata all’omonima canzone di Yono Ono del 1972, l’installazione si compone di una miriade di flaconi in vetro parzialmente riempiti della stessa quantità d’acqua : ogni flacone porta un’etichetta con scritto a penna il nome di un poeta, un artista, un politico, un regista, un tiranno, un filosofo, un qualsiasi essere umano… Capito il messaggio ?

Ex It
Ex It
Yoko Ono
Prima realizzazione nel 1997. Bare, alberi, registrazioni sonore

Occupando un intero salone, Ex It è infine l’opera più impressionante di tutta la mostra. Concepita per il museo Almodí a Valencia, in Spagna, nel 1997, comprende un centinaio di bare per uomini, donne e bambini. Delle casse da morto rudimentali, di legno grezzo, come quelle utilizzate sui campi di battaglia o in occasione di catastrofi naturali, da cui l’artista ha pensato bene di far uscire rami e foglie d’alberi. Terra, in questo caso siamo tutti terra : terra che muore e terra da cui esce di nuovo (l’exit del titolo) la vita. Passeggiando in questo cimitero artificiale, trasportati dal cinguettio degli uccelli trasmesso dagli altoparlanti, si arriva finalmente a sgombrare la mente dai lambiccati discorsi sull’arte concettuale, per afferrare quasi il senso di questa originalissima mostra. Yoko Ono : così è, se vi piace.

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