La volta in cui Gianni Motti simulò la propria morte

Molte persone si chiedono perché la pittura sia andata in crisi, perché sempre meno artisti pratichino la scultura, perché il mosaico paia quasi scomparso dalla faccia della Terra… Insomma, perché le tecniche artistiche tradizionali si trovino adesso in una situazione poco fortunata. Da parte mia non ho una spiegazione inequivocabile, validata da prove scientifiche, ma posso almeno azzardare un’ipotesi che ho nel tempo elaborato guardando le facce annoiate di tantissimi visitatori di musei e mostre d’arte.

I dipinti, le sculture, i mosaici, le ceramiche, i disegni, le incisioni su legno : ma vi pare che oggi, all’epoca del cinema 3-D e del poker online, questa roba sia ancora in grado di emozionare ? Ma dai ! Oltre a provocare sbadigli nel pubblico, poi, pittura, scultura e tecniche affini sono una menata pazzesca per gli artisti stessi : ve lo immaginate, lavorare da soli, spesso in posti freddi e male illuminati, costretti in posizioni scomodissime, per produrre delle opere che nella maggior parte dei casi non interessano a nessuno ?

Ricordo l’espressione scoglionatissima di un pittore dopo aver passato tredici ore alla realizzazione di un quadro, oppure, fatto ancor più sconvolgente, le urla esasperate di un mosaicista che non trovava la tessera mancante del suo puzzle : che palle, ma che grandissima rottura di palle ! gridava come un forsennato. Non c’è nulla da fare, per attirare l’interesse del pubblico, e possibilmente gonfiare il portafogli di artisti e promotori culturali, l’arte deve ricominciare a smuovere le coscienze, scuoterci dal torpore, toccare la nostra emotività ; l’arte deve ricominciare a divertire.

Questo, badate, non sono io il primo a dirlo, molti prima di me lo hanno già capito e proclamato ad alta voce : basta con la pittura, basta con la scultura, basta con la noia, spazio alla novità, spazio all’emozione ! Qualche artista, poi, è arrivato a tal punto di abbacchiamento da inventarsi trovate che in altri tempi gli avrebbero valso un posto in manicomio, quelle azioni bizzarre che prendono il nome di performance. Non so se si tratti veramente di una performance, l’iniziativa concepita e messa in opera dallo scultore italiano Gianni Motti nel luglio di 30 anni fa, né sono sicuro che l’intenzione dell’artista fosse di procurare del semplice divertimento nel pubblico, ma una cosa posso assicurarvela : quella volta l’emozione non mancò, no, l’emozione non mancò proprio.

I fatti si svolsero il 29 luglio del 1989, quando sulle pagine di un giornale di Vigo, città nel nord della Spagna, comparve l’annuncio del decesso di Motti nella sezione necrologi. Alle undici di mattina del giorno stesso, presso la parrocchia di Ribarteme, nel comune galiziano di As Neves, seguì una messa in onore del giovane artista scomparso, con benedizione del suo corpo disteso in una bara e successiva processione dei fedeli fino al cimitero. Qui, allorché la cassa da morto contenente Gianni Motti fu deposta accanto a una fossa appena scavata, scese il silenzio tra la folla, poi, sorpresa generale, l’artista si alzò in piedi e si dileguò rapido, non lasciando alcuna traccia di sé. Se nessuno tra gli astanti gridò al miracolo, fu perché il trasportare bare contenenti persone vive è una tradizione che si ripete il 29 luglio di ogni anno nella minuscola località spagnola, ma l’episodio, ripeto, suscitò comunque una forte suggestione.

Va bene, penserete voi, ma inscenando una finta morte l’artista che cosa intendeva comunicare ? Anche in questo caso, purtroppo, non sono in grado di fornirvi una spiegazione inequivocabile, validata da prove scientifiche, ma posso almeno rigirarvi la domanda : assistere a una scena simile, un morto che riprende vita e cammina, non genera eccitazione ? Beh, insomma, almeno non annoia.

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