L’Amante della Rosa, dipinto di Carl Spitzweg

Ho notato, nelle mie recenti sortite esplorative, che le creazioni artistiche contemporanee tendono al grosso, al cospicuo, all’abbondante. I quadri, le sculture, le installazioni devono essere grandi. Sempre più grandi. Forse perché grandi si vedono meglio : da vicino e soprattutto da lontano. O forse perché grandi si vendono meglio : i collezionisti, oggi, vogliono investire su qualcosa di massiccio, qualcosa di voluminoso, qualcosa di solido come il mattone. Sta allora agli artisti di concepire opere che occupino più spazio possibile.

L'Amante della Rosa - Carl Spitzweg
L’Amante della Rosa
Carl Spitzweg
ca. 1847 – 1850. Olio su tela

Non so voi, ma il mio gusto è orientato in direzione opposta rispetto alla moda contemporanea ; e in questo, ancora una volta, mi dimostro il solito bastiancontrario. Alla monumentalità delle grandi opere, allo slogan le dimensioni contano, io preferisco l’accuratezza nel dettaglio, la preziosità del particolare : ciò che gli spiriti romantici e sognatori – i pochi sopravvissuti all’invasione dei SUV e dei televisori da settantacinque pollici – definiscono come la poesia nelle piccole cose.

Il quadro che mi ha più impressionato, durante la visita all’Istituto d’Arte Städel di Francoforte, presenta pertanto dimensioni ridotte. Un dipinto piccolo, è L’Amante della Rosa dell’artista tedesco Carl Spitzweg (1808 – 1885) : largo poco più di trenta centimetri, alto poco più di quaranta. Quanto basta per lasciarmi imbambolato diversi minuti in meravigliata contemplazione. Raffigurato, su questo delicatissimo olio su tela, è uno scorcio agreste, un angolo selvatico che fa da scenario a una fragile storia d’amore. In primo piano, e a un primo livello di lettura, vediamo un giovane uomo i cui abiti scuri e il libro stretto tra le mani lasciano facilmente intuire la professione. Deve trattarsi di un sacerdote, qualcuno che ha deciso di rinunciare alle tentazioni terrene per dedicare la propria vita a Dio. Passeggiando per una tranquilla strada campestre, in una luminosa giornata primaverile, il giovane chierico ha lasciato che il suo cammino fosse interrotto da un minuscolo elemento della macchia boschiva, un fiore, la rosa cui fa riferimento il titolo del dipinto.

A osservarla meglio, tuttavia, questa scena d’idillio bucolico, si scopre che ad ammaliare il viandante non è la rosa nella sua interezza, i lievi petali coloratissimi sorretti dal gambo spesso e spinoso. Lui la rosa non la guarda, e non la tocca neppure : si limita ad annusarla. Basta la leggerissima fragranza del fiore per mandarlo letteralmente in solluchero (questa, vi confesso, è un’espressione che ho rubato a Il giovane Holden). Ma Carl Spitzweg non è un artista che annacqua i dipinti di banale sentimentalismo ; qualsiasi rischio di cadere nel romanticismo d’accatto viene da lui stemperato ricorrendo a una sottilissima malizia.

Spostando infatti l’attenzione sulla sezione sinistra del quadro, in quel piccolo triangolo ombreggiato, si scorge una coppia d’innamorati quasi nascosti dall’alto manto erboso. Un lui e una lei abbracciati in riva a un lago. La donna, a guardarla bene, è peraltro vestita di un abito dello stesso colore del fiore cui il giovane sacerdote sta prestando tanta adorazione. Dite allora che quest’ultimo, dietro l’atteggiamento ingenuo, sia in realtà impegnato in un atto di bieco voyeurismo ? Spitzweg non suggerisce risposte, lasciandoci piuttosto a languire nella delizia del dubbio. Di una cosa, però, abbiamo la certezza. Anche in Germania, per i preti vale la solita regola : nur schnuppern, nicht anfassen. Annusare ma non toccare.

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