ZOO, mostra di street art a Lione

Flâner, quello che mi piacerebbe fare in ogni momento del mio tempo libero è flâner. Una parola francese praticamente intraducibile in italiano (lasciando perdere l’orrido “bighellonare”) per indicare un’attività leggera, libera, soave : andare a spasso senza pensieri, la testa per aria, quasi abbandonandosi al caso. Come quando ci s’imbarca su una zattera senza remi, privi di qualsiasi strumento di orientamento, e in balia di venti e correnti si arriva finalmente da qualche parte – oppure, beati, si continua a navigare alla deriva.

La flânerie, questo gironzolare allegro che mi piace tanto, oltre a essere un modo per disintossicarsi dall’affaticamento accumulato durante le giornate di lavoro si rivela spesso un pretesto, o meglio, un’occasione per aprirsi al nuovo, o più semplicemente per osservare le cose, le persone, le città sotto una nuova prospettiva. Centro nevralgico della flânerie, scriveva il poeta Charles Baudelaire già nel diciannovesimo secolo, è la città di Parigi, il quartiere di Montmartre con i suoi vicoli ripidi e stretti oppure la zona equivoca di Pigalle, ma questa attività può essere intrapresa anche altrove : quello che conta, credo, è il nostro atteggiamento incuriosito e al tempo stesso distaccato, la capacità di perdersi e continuamente ritrovarsi, piuttosto che il contesto in cui ci si muove.

Non so se si trattasse propriamente di flânerie, la situazione in cui mi sono trovato il sabato di poche settimane fa a Lione, quando risalendo a passo blando l’Avenue Jean Jaurès sono arrivato all’Avenue Maréchal de Saxe, passando così dal settimo al terzo e poi al sesto distretto cittadino. Era un pomeriggio caldo, ricordo, e la mia intenzione era semplicemente di sgranchirmi le gambe ed esplorare quartieri ancora poco famigliari, i quartieri più chic della città francese, ma il posto in cui sono infine capitato aveva poco a che fare con il carattere facoltoso delle zone circostanti.

Nella breve Rue de Créqui, al numero civico 61, proprio dietro la chiesa Saint Pothin, si stava svolgendo il vernissage di apertura di ZOO, una mostra collettiva di street art programmata fino al 29 luglio prossimo, e malgrado fosse ancora il primo pomeriggio c’era già una discreta calca all’ingresso. Impossibile, per me, non entrare a curiosare.

L’originalità dell’evento consiste prima di tutto nell’ambiente in cui è inserito, un’area urbana che puzza di soldi più che di vernice in spray, oltre che nella natura dei locali ospitanti l’esposizione : invece che in una tradizionale galleria d’arte o un museo, ZOO si tiene all’interno di un edificio in rinnovamento che un promotore immobiliare ha prestato in via temporanea agli organizzatori della mostra. Tre piani per un totale di 600 m² interamente allestiti con opere d’arte contemporanea : per lo più imponenti graffiti e installazioni parietali, ma anche qualche scultura e lavori di tecnica mista.

L’arte nata per strada, nei sobborghi, sui muri delle linee metropolitane e dei palazzi fatiscenti esce questa volta dal suo circuito underground per appropriarsi di uno spazio alternativo, provvisorio, un immobile borghese di una delle più borghesi città di Francia. Ditemi se questa non è un’autentica invasione di campo ideologico. Creatore dell’evento è Folks, società di promozione artistica e “ingegneria culturale” (la prima volta che ne sento parlare) fondata a Lione da Antoine Roblot e David Eveillard con l’obiettivo di valorizzare la street art e il patrimonio urbano.

La selezione dei quaranta artisti presenti, francesi e internazionali, la si deve più alle relazioni di amicizia degli organizzatori con gli artisti stessi che non a criteri estetici o tematici : già dal titolo, infatti, ZOO si presenta quale il tentativo di riunire – se non propriamente addomesticare – esperienze e pratiche creative variegate, senza dover per forza trovare una linea comune tra le opere. Il primo lavoro esposto, quello che accoglie i visitatori all’ingresso della grande area al pianterreno, è un teschio gigante di dinosauro realizzato con un materiale che potrebbe essere il polistirolo o la cartapesta : ricoperto esternamente da disegnini e ghirigori e rischiarato alla base da una luce a led, pare la mascotte della mostra, il faccione sogghignante all’entrata di un improbabile parco di divertimenti.

A sorprendermi, tuttavia, dinosauri a parte, era un imponente murales posto appena dopo l’ingresso, un’immagine uscita da qualche fumetto demenziale o cartone animato grottesco per adulti. Sfrigolante di colori e impreziosito da un effetto di trompe-l’œil che lo metteva in rilievo rispetto alla parete, raffigurava un topo totalmente fuori di testa intento a picchiare al terreno una moneta d’oro e con attaccato al dorso, a mo’ di zaino, un dentone umano che gli sbriciola la coda. Mi sarebbe davvero piaciuto sapere che cosa ha ispirato questa figura assurda, quale sogno o quale incubo ne sono all’origine, peccato solamente che il suo autore, l’artista graffitaro Stom 500, non fosse presente al vernissage e pertanto la mia curiosità sia rimasta insoddisfatta.

A farmi da guida per gran parte della mostra, invece, è stato un uomo prossimo ai cinquant’anni che di professione fa l’idraulico, registrato all’anagrafe come Franck Asensi ma meglio conosciuto nel mondo della street art lionese con lo pseudonimo di Impackt. Un tipo figo, Impackt, maglietta e pantaloni sovrabbondanti e un carisma da cantante rap – un cantante rap che ha sfondato ma non gira in Cadillac con autista. Il suo percorso artistico come graffitaro, mi spiegava, è andato di pari passo con l’evoluzione della street art a Lione : dagli esordi in sordina nei primi anni ’90, quando a dominare la scena hip-hop francese erano le città di Parigi e Marsiglia, fino alla meritatissima consacrazione odierna. Già, perché Lione è attualmente uno dei più grandi centri di arte urbana a livello europeo.

Intanto che Impackt mi raccontava di edifici occupati, squatter, raduni internazionali di graffitari e tecniche di fabbricazione artigianale di bombolette spray, dal secondo piano dell’edificio eravamo saliti al terzo, e i giganteschi disegni parietali avevano ceduto il posto a opere più discrete come pitture su tela o semplici sculture. Lo ZOO urbano diventava arte da camera, più adatta al collezionismo salottiero cui sono ormai abituato e per questa ragione ai miei occhi meno interessante. Il richiamo dell’aria aperta a quel punto si faceva nuovamente sentire, e uscito dalla palazzina nella Rue de Créqui riprendevo il girovagare flemmatico che lentamente mi riavvicinava a casa.

 

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