I Viaggiatori di Eduard Ole (Breve elogio della noia)

La noia. Qualcuno ci ha costruito della poesia, partendo dalla noia. Sogni, incubi, visioni, mondi immaginari. Tutto partorito da quella sensazione di tedio misto a un lieve scoraggiamento, se non a vera depressione : i bohemien francesi la chiamavano spleen, parola intraducibile in italiano, oggi, nell’epoca del vernacolo da telefonino, siamo scesi al più prosaico scazzo (presente anche nella variante giovanilista di skazzo).

Una società di scazzati, la nostra, individui costantemente impegnati nella famelica ricerca del divertimento, dello svago, della banale distrazione : va bene il calcio in tv, va bene Facebook, va bene una birretta con gli amici, va bene la Settimana Enigmistica, va bene Tinder, va bene Radio Lattemiele in macchina, va bene qualsiasi cosa purché c’impedisca di restare soli con noi stessi. Soli con il nostro insopportabile senso di noia.

Chi si annoia è perduto : mai come adesso questo slogan pare d’estrema attualità. Ma siamo proprio sicuri che lo scazzo, la noia, sia tra i principali responsabili del nostro scontento ? La noia, badate bene, se coltivata correttamente, può diventare una potentissima fonte creativa.

Provate, quando ne avete il tempo, un piccolo esperimento : l’abbandono totale nella noia. Le procedure da seguire sono poche e di un’estrema semplicità. Cominciate sedendovi comodi in poltrona, possibilmente nel salotto di casa, o forse nella sala d’attesa del medico. Meglio se da soli. Ecco, ci siete ? Ora chiudete gli occhi, fate un profondo respiro, contate lentamente fino a trenta, e poi riaprite le palpebre. Ve la troverete davanti, quale una spessa parete in cemento : la noia sta lì, di fronte a voi, materializzata sottoforma di una cappa pesante di pensieri confusi. Che cosa distinguete, che cosa ci trovate nella miriade d’idee sparse, nebulose, spesso incoerenti tra loro ? Il compleanno della nonna, l’ultimo film visto al cinema e il ricordo della prima comunione si mischiano a pensieri più recenti, magari procurandovi solo dei grandi sbadigli, o magari, risultato sperato, dando vita a felici intuizioni.

Viaggiatori
Viaggiatori
Eduard Ole
1929. Olio su tela

Me lo immagino in una situazione simile, appisolato sul sedile di un treno in corsa, profondamente immerso nella noia, il pittore estone Eduard Ole. Da un momento di apparente inattività (come lo chiamate il ripetuto fissare i passeggeri di un treno ?), l’artista originario di Kaagjärve, villaggio dell’Estonia meridionale, ha tirato fuori uno dei più celebri quadri esposti presso il museo d’arte di Tallinn. Viaggiatori, un dipinto a olio su tela risalente al 1929, anno in cui il pittore, da poco rientrato da Parigi e spesso impegnato in lunghi trasferimenti ferroviari, abbandona il rigore cubista che aveva improntato la sua produzione precedente a favore invece di grandi composizioni figurative.

A essere rappresentati, nel grigio opaco dell’attesa – nel grigio opaco della noia – alcuni conoscenti dell’artista quali oziosi passeggeri di un ipotetico mezzo di trasporto : al centro del quadro, una studentessa sua amica ; sulla destra, l’avvocato Hermann con cappello e bastone ; sul retro, infine, una sua vecchia cameriera. Tra i volti degli altri viaggiatori imbacuccati in pesanti cappotti, inoltre, si scorge persino quello di Eduard Ole stesso.

Non importa dove questi viaggiatori stiano andando, o meglio, dove il mezzo di trasporto (treno o nave) li stia conducendo. E non importa nemmeno che il mondo attorno a loro, il mondo che non si vede, quello esterno al tetro luogo di attesa, sia in costante movimento : al rapidissimo correre del treno, al vigoroso sbuffare della locomotiva, al potente vortice prodotto dall’elica navale i passeggeri reagiscono con la passiva fissità di chi aspetta. Gli occhi chiusi, l’espressione grave, le braccia afflosciate oltre le ginocchia… niente, nella scena rappresentata non succede proprio niente. Solo una sottilissima sensazione s’insinua in noi che contempliamo il quadro : la sensazione che vediamo dipinta sui volti degli stanchi viaggiatori, la stessa che a sua volta deve aver ispirato colui che del quadro è l’artefice. Lo spleen, il tedio creativo, il magnifico pensiero che s’impone su tutti gli altri. La noia eretta a opera d’arte.

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2 thoughts on “I Viaggiatori di Eduard Ole (Breve elogio della noia)

  1. Le pieghe sulla giacca azzurra del personaggio a destra danno un senso di plasticità esasperata; lo stesso nella mano e nel viso. La plasticità che in Giotto emana monumentalità, fermezza, che ricorda in ogni momento il peso di ogni elemento, qui rivela rassegnazione, desiderio represso di moto, come se l’uomo avesse appena finito di dimenarsi sul sedile sgualcendo la giacca. E poi la grazia sobria dei colori e dei loro accostamenti. È come se Ole volesse smorzare tutto, col colore. Cosa ne pensi?

    La riflessione sulla noia come porta all’intuizione è di grande saggezza.

    1. L’accostamente con Giotto è sicuramente un passo importante, ma l’osservazione sulle pieghe dei vestiti e le espressioni facciali denota un fine spirito critico. Ti ringrazio di aver aggiunto questo commento interessante, avere punti di vista diversi dal proprio aiuta a capire meglio un’opera d’arte.

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