Adolfo Wildt, scultore a Milano

A Milano c’è pure una via che porta il suo nome. Via Adolfo Wildt, poco distante da Piazza Gobetti, poco distante dal quartiere dove sono nato e cresciuto. E pensare che prima di visitare la retrospettiva che gli dedica in questi giorni la Galleria d’Arte Moderna di Milano, non sapevo neanche che fosse un artista. Adolfo Wildt (1868 – 1931). L’ultimo simbolista : una mostra che in 55 opere intende rappresentare il completo percorso creativo di uno dei più importanti scultori italiani vissuti a cavallo tra ‘800 e ‘900. Dai lavori giovanili, concepiti nell’atmosfera scapigliata di fine secolo, fino alle sculture più celebri realizzate durante il ventennio fascista e dedicate ai protagonisti del regime.

Vedova (Atte)
Vedova (Atte)
Adolfo Wildt
1893 -1894. Marmo

Malgrado un cognome dalle assonanze teutoniche, Adolfo Wildt è un milanese purosangue, figlio di un portinaio di Palazzo Marino. Nato il primo marzo 1868, ancora giovanissimo dimostra già un’evidente predisposizione per l’attività manuale. All’età di dieci anni, infatti, dopo un periodo d’apprendistato come barbiere, orafo e marmista, inizia a lavorare presso la bottega dello scultore Giuseppe Grandi, passando poi in quella di Federico Villa.

Integrando alla formazione pratica un corso all’Accademia di Belle Arti di Brera, poco più che ventenne Adolfo Wildt padroneggia con maestria la tecnica scultorea : risale al 1893 quella che considera la sua prima vera opera. Atte, detta anche Vedova, è il ritratto in marmo di una delle persone a lui più care. La moglie Dina Borghi. Una scultura che spoglia il modello femminile di qualsiasi connotazione erotica per celebrarne la purezza ideale, l’assoluto sancibile soltanto dalla morte. Credetemi : non sono uno che si commuove facilmente, ma davanti alla Vedova di Wildt ho quasi finito per impietosirmi. Impietosirmi per una donna di pietra. Lacrimucce a parte, questa è la prima della lunga serie di figure sofferenti che popoleranno l’universo dell’artista milanese, influenzato più da un nostalgico gusto classicheggiante che dalle sperimentazioni delle avanguardie.

Ritratto di Franz Rose
Ritratto di Franz Rose
Adolfo Wildt
1913. Marmo

Invaghitosi come me della mesta scultura femminile durante una visita al suo laboratorio, nel 1894 il mecenate prussiano Franz Rose decide di prendere sotto la propria ala protettiva il giovane scultore, che oltre a una duratura amicizia altolocata ci guadagnerà anche un discreto sostegno economico negli anni a venire.

Il prigione
Il prigione
Adolfo Wildt
1915. Marmo

Distante dalla corrente verista allora diffusa in Italia e libero dalle preoccupazioni che implica una continua caccia di committenza, Wildt è uno scultore che vede nella ricerca artistica una ricerca prima di tutto su se stesso : imprigiona nel marmo i sentimenti più personali, i sentimenti più dolorosi, talvolta provocati dai mugugni che gli riserva una parte del pubblico e della critica. Inutile negarlo : lo stile di Adolfo Wildt piace a pochi, e questo crea all’artista un disagio evidente in diversi suoi lavori.

Nato da una depressione durata due anni (1906 – 1908) e non ancora completamente smaltita è Il prigione, spigoloso ritratto di un Prometeo moderno afflitto da una sofferenza intima più lancinante di quel cappio che gli stringe il collo. Divorato dal tormento, in una posa che tende tutti i muscoli del torace e delle spalle, dimostrazione del sapiente studio compiuto da Wildt sull’anatomia umana, è anche il Vir temporis acti (Uomo antico), opera tra le più riuscite dell’artista milanese. Una scultura dal titolo in latino che agli studenti di storia dell’arte più diligenti ricorderà uno dei massimi capolavori dell’antichità, ora conservato presso i Musei Vaticani : il Gruppo del Laocoonte, di cui Adolfo Wildt qui riproduce la torsione spasmodica del personaggio principale.

Vir temporis acti (Uomo antico)
Vir temporis acti (Uomo antico)
Adolfo Wildt
1913. Marmo

L’anno di svolta nella carriera di Wildt è il 1915, quando i suoi lavori iniziano a perdere i tratti più aspri a favore di un’estetica essenziale, epurata, velata da un’aurea di candido misticismo. Le inquietudini degli anni precedenti vengono placate da una conversione più spirituale che veramente religiosa. Cattolico non praticante, lo scultore lombardo rivolge maggiore attenzione a temi nuovi come la santa maternità, la famiglia quale luogo di riparo dalle disavventure della vita e personaggi o simboli della storia sacra.

La concezione
La concezione
Adolfo Wildt
1921. Marmo dorato

Tra ritratti di San Francesco e Santa Lucia trova posto La Concezione, bassorilievo in marmo dorato dove madre e padre assistono con pia gioia alla venuta del neonato. Addio angosce, addio tormenti : il cuore dello scultore trova pace al caldo del focolare domestico.

Da giovane artista semisconosciuto nella Milano di fine ‘800, nel primo dopoguerra Adolfo Wildt si è ormai fatto un nome a livello nazionale. L’amico e finanziatore Franz Rose è morto da qualche anno, ma Wildt può adesso contare su conoscenze importanti come il direttore d’orchestra Arturo Toscanini e Margherita Sarfatti, l’amante di Benito Mussolini, che lo introduce al movimento artistico da lei fondato nel 1922, il Novecento italiano. Fioccano gli incarichi, e tra i principali committenti figurano i dirigenti del regime fascista da poco insediatosi al potere.

Busto di Mussolini
Busto di Mussolini
Adolfo Wildt
1924 ca. Bronzo con supporto in marmo

Ma cosa ci trovano le orgogliose camice nere in questo scultore dal cognome neanche italiano ? Fantasticando il ritorno a un’epoca mitica e gloriosa, forse mai realmente esistita, gli intellettuali fascisti vedono nell’arte di Wildt l’espressione di un forte desiderio. Il desiderio di un ordine perduto e vagheggiato nelle sue grandi opere monumentali che magnificano lo spazio pubblico : il Monumento alla Vittoria di Bolzano, la statua di Sant’Ambrogio per il Monumento ai Caduti di Milano o il Monumento Körner per il Cimitero Monumentale.

La dimensioni privata tuttavia non viene meno nella produzione dell’artista milanese. Nel corso degli anni ’20, infatti, Wildt lavora a un’importante serie di ritratti di personaggi della politica italiana, tra cui il Re Vittorio Emanuele, Cesare Sarfatti e soprattutto il dittatore Benito Mussolini. Prendendo come modello delle fotografie, lo scultore non cerca veramente la somiglianza perfetta, la copia in marmo o bronzo della persona in carne e ossa : l’apparenza fisica conta meno del valore simbolico del soggetto rappresentato. Il ritratto di Mussolini non è molto simile all’originale ? Non importa : questo è il ritratto dell’uomo, dell’italiano, dell’uomo forte, del capitano. Questo è il ritratto del Duce.

Re Vittorio Emanuele
Re Vittorio Emanuele
Adolfo Wildt
1930. Bronzo

La tragedia della Storia. Adolfo Wildt muore 12 marzo 1931, lasciando un folto gruppo di ammiratori e degli allievi d’eccezione come gli artisti Lucio Fontana e Fausto Melotti. Il suo ricordo, purtroppo, viene presto inghiottito nelle nebbie del ventennio o associato a una riduttiva immagine d’artista di regime. Povero Wildt, a tal punto dimenticato da suscitare quasi l’indifferenza dei tanti milanesi che s’imbattono nelle sue opere sparse in giro per il capoluogo lombardo. Questa però è forse colpa loro, dei capricciosi milanesi : piuttosto che fermarsi davanti a una statua al centro di una piazza, preferiscono vederla esposta in un museo. Nel caso, la Galleria d’Arte Moderna di via Palestro.

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