Il mistero del Philadelphia Wireman

Non è oro tutto quello che luccica. Come del resto non è immondizia tutto quello che si trova in sacchi di plastica ai margini della strada. Mai provato a dare un’occhiata nei cestini della spazzatura ? Talvolta può capitare di fare delle belle scoperte. Portafogli rubati, giornali del giorno prima, panini mangiati a metà, fazzoletti ancora in buono stato… L’importante è accontentarsi. Se poi si è davvero fortunati, si possono addirittura trovare delle opere d’arte. Sì, beh, oggi ci stai davvero prendendo in giro, mi risponderete voi. Un po’ sì, lo ammetto, eppure la storia del Philadelphia Wireman inizia proprio con dei sacchi dei rifiuti abbandonati.

wireman-1Philadelphia, Stati Uniti, una sera dei tardi anni ’70 o i primi anni ’80. Vi vorrei dare una data precisa, ma purtroppo è ignota pure a me. Aggirandosi per un quartiere popolare in fase di rinnovo, un passante (non saprei come definirlo altrimenti) scorge in un vicolo di Philly’s South Street dei sacchi di plastica e degli scatoloni pieni di curiosi oggetti difficili da identificare.

A guardarci bene non si tratta propriamente di oggetti, quanto piuttosto di composizioni di oggetti. Specchietti, penne, pezzi di cuoio, chiodi, giocattoli, pacchetti di sigarette, monetine, orologi, occhiali, parti di ombrelli, gioielli : assemblati insieme in piccole reti di cavi che conferiscono loro una struttura solida e densa. Tanti, tantissimi bozzoli di fili che avvolgono queste stranissime composizioni. 1200 pezzi totali. Certo non si tratta di spazzatura. Ma allora che cosa sono ? Robert Leitch – questo il nome del passante scopritore dei misteriosi oggetti, la cui identità sarà resa pubblica solo dopo la morte – in un primo momento non se ne fa un’idea ben chiara. Ma da convinto sostenitore della filosofia del “qui non si butta via niente” raccatta i sacchi e gli scatoloni e li carica in macchina. Arrivato a casa, Leitch non trova posto migliore della cantina come luogo per ammassare i fagotti di fili trovati per strada. Le composizioni sono salvate dalla discarica.

wireman-3I giorni passano, poi le settimane, poi i mesi, poi gli anni. Leitch regala agli amici qualche esemplare della sua bizzarra collezione di amenità urbane stipate in cantina, ancora inconsapevole del loro potenziale valore. Fino al giorno in cui, nel 1984, un amico gli mette la pulce nell’orecchio : non ti pare che questi manufatti abbiano una certa somiglianza con degli amuleti africani ? Forse, nì, può darsi, e perché no ?!? Robert Leitch finalmente si decide e porta tutta la sua collezione alla prestigiosa Fleischer/Ollman Gallery di Philadelphia. O la va o la spacca. In questo caso la va.

John Ollman, il direttore della galleria, rimane affascinato dalla dinamica del ritrovamento di queste curiose composizioni di oggetti, dal loro numero esorbitante, e soprattutto scorge in esse un’interpretazione occidentale di qualcosa che pare piuttosto appartenere alla cultura africana. Sorgono delle ipotesi sull’identità del loro autore : è molto probabile che si tratti di un uomo, dato che la realizzazione dei grovigli di cavi richiede una certa forza fisica, ed è molto probabile che si tratti di un afroamericano, considerato che il quartiere del loro rinvenimento è storicamente abitato da maggioranza black. La galleria Fleischer/Ollman acquista tutta la collezione e l’anno seguente inizia a esporla pubblicamente.

wireman-2Forse anche perché all’epoca la Ousider Art in America non è ancora stata digerita, ma l’accoglienza che ricevono le opere del Philadelphia Wireman (letteralmente “L’uomo dei fili di Philadelphia”, così è stato deciso di denominare il loro anonimo autore) è inizialmente poco lusinghiera. Qualcuno sente puzza d’imbroglio, pensando che questi amuleti postmoderni siano stati fabbricati da Ollman stesso. Altri ritengono invece che Robert Leitch avrebbe fatto meglio a lasciarli nel posto in cui li ha trovati, la spazzatura. Ma esistono anche degli ammiratori, disposti a sborsare fino a 100 dollari per un solo pezzo della collezione. La voce circola, e il Philadelphia Wireman pian piano si trasforma in leggenda metropolitana. Qual è la vera identità di questo fantomatico personaggio ? Possibile che si tratti di una persona ormai morta, e che le sue opere siano state gettate tra i rifiuti dal proprietario dell’appartamento in cui viveva. Oppure è stato il Wireman stesso a sbarazzarsi delle proprie creazioni, magari perché sfrattato da casa e non sapendo più dove metterle. La loro origine ignota contribuisce ad aumentarne enormemente il fascino.

wireman-4Apparentemente amorfe, scusatemi la parolaccia, ovvero prive di una forma che rimandi a qualcosa di facilmente riconoscibile (una persona, un animale, uno strumento di uso comune…), le sculture del Philadelphia Wireman sembrano concepite per appagare il solo gusto del loro creatore. Critici e collezionisti tentano diverse strade d’interpretazione : c’è chi vi vede dei lontani echi antropomorfi, chi vi riconosce dei rimandi alla scultura classica, chi le trova incredibilmente affini a dei feticci diffusi in Africa centro-occidentale chiamati minkisi. Qualcuno pensa addirittura agli artefatti dei nativi americani.

Di tanto in tanto qualche studente appassionato d’arte e di romanzi polizieschi si presenta alla Fleischer/Ollman Gallery motivatissimo a scoprire l’identità del misterioso artista : so che sei là fuori, ti troverò Philadelphia Wireman ! Purtroppo ogni tentativo si rivelerà vano. Intanto gli anni passano, e le statuette iniziano a circolare per musei e mostre. Il Contemporary Arts Center di Cincinnati, il Museum of African Art di New York, l’Institute of Contemporary Art di Philadelphia, la Halle Saint Pierre di Parigi… La loro fama cresce a livello internazionale, come anche il loro numero di estimatori e di conseguenza la loro quotazione sul mercato dell’arte. Ci credete che alcuni pezzi della collezione possono attualmente arrivare a valere fino a 9000 dollari ? Eh già, nelle strade di Philadelphia può nascere di tutto. Da un piccolo miracolo di arte contemporanea a una canzone di Bruce Springsteen.

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