Figlio Bastardo II

Il mio primo assaggio della cucina giapponese risale a qualche anno fa in un ristorante di Milano, e francamente devo ammettere che non ne rimasi particolarmente entusiasmato. De gustibus : evidentemente il sushi non fa per me. Tutt’altra cosa è successa invece con il mio primo, piccolo assaggio di arte brasiliana contemporanea, che contrariamente alle aspettative non è avvenuto a Rio de Janeiro o Sao Paolo ma al Museu Coleção Berardo di Lisbona, in Portogallo, dove qualche mese fa mi sono imbattuto in Filho Bastardo II della artista brasiliana Adriana Varejão.

Figlio Bastardo II
Figlio Bastardo II
Adriana Varejão
1997. Olio su legno

Nata nel 1964 a Rio de Janeiro, città dove tuttora risiede e lavora, Adriana Varejão è una perfetta esponente di quella tipologia di artisti che oggi vanno molto alla moda. Gli artisti poliedrici. Adriana Varejão disegna, dipinge, scolpisce e fotografa. Talvolta realizzando opere che sono il frutto di più d’una delle suddette attività. Questo è appunto il caso di Figlio Bastardo II, in cui la dimensione pittorica dell’opera, per natura piatta, bidimensionale, viene alterata, contaminata, imbastardita da uno squarcio in rilievo al centro del quadro, che a sua volta presenta l’anomalia di avere una forma ovale. Mmm… un dipinto che non è propriamente un dipinto incorniciato in un quadro che non è propriamente un quadro : Filho Bastardo II è un’opera bastarda in tutti i sensi. Parolacce a parte, ci troviamo davanti a un violento spaccato di storia coloniale brasiliana. Anni luce dagli allegri stereotipi di samba, calcio e carnevale. La forma ovale del quadro è un rimando ai pannelli dipinti realizzati nel XVIII secolo dal pittore Leandro Joaquim per ornare le strade di Rio de Janeiro. Le due scene rappresentate, invece, separate dalla dolorosa cesura centrale, mostrano due verosimili episodi di sopraffazione ambientati in una casa ai bordi della giungla brasiliana. Nella parte sinistra, un uomo di origine europea presenta un fanciullo mulatto a un altro personaggio, contemporaneamente tenendo legata a una catena una donna dall’aspetto mesto, presumibilmente la madre del fanciullo. Nella parte destra del dipinto, lo stupro di una donna di colore da parte di un uomo bianco. Tra le due scene si potrebbe stabilire una ipotetica relazione di effetto-causa, una inversione temporale di eventi che va da un dopo a un prima passando attraverso l’impressionante crepa nel mezzo, lacerazione inferta al supporto stesso dell’opera o sesso violentato. Da un atto di violenza sessuale è nato un figlio non riconosciuto, il figlio bastardo che dà il titolo all’opera, metaforica incarnazione della Storia di un popolo che non ha dimenticato le proprie ferite.

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