La città di Namur benda una scultura di Jan Fabre

Della mostra dedicata a Jan Fabre che ho visitato ormai più di cinque anni fa, presso il Museo d’Arte Contemporanea di Lione, ricordo una sola opera – se così possiamo chiamarla. Un video in cui lo si vedeva vestito con una casacca bianca da medico e stetoscopio al collo, in piedi su un balcone di quello che pare un palazzo istituzionale, forse un municipio o la sede d’un ente pubblico, intento a sbracciarsi e aizzare la folla radunata nella piazza sottostante.

Il Dottor Fabre vi curerà ! Usate la vostra bocca ! Usate i vostri occhi ! Usate le vostre orecchie ! gridava come un ossesso l’artista, scagliando giù dal balcone esemplari delle parti anatomiche appena nominate. Ovviamente non si trattava di occhi e orecchie umane ma di prodotti da macelleria, carne suina d’aspetto succulento, e questo rendeva l’effetto tanto più grottesco : quasi che l’intento di Fabre fosse di paragonare gli esseri umani a dei maiali cui insegnare il buon uso degli organi di senso. A parte però la registrazione di questa stramba performance, scrivevo, la mostra mi aveva poco entusiasmato, sicché l’artista belga era per me finito presto nel dimenticatoio. E lì sarebbe probabilmente rimasto, non fosse stato per una recente notizia che me l’ha d’un tratto riportato alla memoria.

Originario del Belgio fiammingo e considerato tra i protagonisti della scena artistica internazionale, Jan Fabre è un camaleonte dell’arte, dato che nel corso della sua lunga carriera si è cimentato con tecniche ed espressioni creative variegate, dalla pittura con il proprio sangue alla regia di spettacoli teatrali pieni di sesso e violenza. Sempre provocatorio, spesso duramente criticato, talvolta addirittura aggredito fisicamente dal pubblico a causa delle sue trovate scandalose e i suoi comportamenti temerari, ha continuato a fare di tutto per suscitare polemica, anche a costo di procurarsi parecchi nemici. Al punto che nel 2018, sull’onda del movimento Me Too, un collettivo di venti ballerine ha firmato una lettera aperta per accusarlo di gesti inappropriati, molestie e ricatti sessuali. Perché passino le battute spinte, passino gli sguardi malandrini, passino le oscenità verbali, ma le mani vanno tenute al loro posto ; e i baci sulla bocca, quando non sono desiderati e ci si mette pure la lingua di mezzo, sono da denuncia penale.

Amplificatasi fino a coinvolgere più di centocinquanta persone, nel 2021 la faccenda delle molestie è finita al Tribunale d’Anversa, costando all’artista una condanna a diciotto mesi di prigione con sospensione condizionale della pena. Niente soggiorno dietro le sbarre, per Jan Fabre, ma la messa al bando dalla comunità artistica del proprio paese. Se allora il Palazzo di Belle Arti di Bruxelles ha deciso di oscurare nelle ore notturne un suo dipinto in esposizione, il comune di Namur, capoluogo del Belgio francofono, se l’è presa con una scultura di Fabre installata dal 2015 nella propria area urbana. Del resto Searching for Utopia (trad. “Cercando l’Utopia”) era un bersaglio facile : grossa quanto un furgone, pesante più di cinque tonnellate, la tartaruga metallica di formato gigante troneggia sulla città dall’alto della fortezza antica.

L’indignazione della municipalità di Namur non si è però abbattuta sul povero animale scolpito bensì sull’uomo che lo cavalca, il quale non è altro che una fedele riproduzione scultorea dell’artista stesso. Da due settimane a questa parte, infatti, e per tutta la durata della pena inflitta dalla Giustizia al molestatore, la statua è condannata a portare una benda nera sugli occhi in segno d’espiazione. Qualcuno ha evocato la necessità di distinguere l’opera dal suo autore, contestando l’ammenda simbolica fatta subire a Searching for Utopia : che colpa ha una scultura, un oggetto inanimato, delle malefatte compiute dall’uomo che l’ha concepita ? D’altronde la storia dell’arte è piena di grandi talenti che nel privato si sono dimostrati dei poco di buono, senza che questo intaccasse la stima riservata al loro operato creativo.

Quando si verificano episodi di questo tipo, peraltro sempre più frequenti in tempi di tribunali morali e gogne mediatiche, io preferisco osservare le cose da una certa distanza, evitare di prendere posizione. Sono tuttavia convinto che se la città di Namur voleva davvero punire l’artista irrispettoso, invece di ricorrere a una benda sugli occhi avrebbe dovuto mostrare indifferenza nei suoi confronti, o detto in maniera terra terra : non cagarlo più. Per un amante della polemica e dei paroloni, abituato a stare al centro dell’attenzione, non sarebbe esistito dispetto peggiore.


Una risposta a "La città di Namur benda una scultura di Jan Fabre"

  1. Bendare l’artista galoppino è sottolineare comunque il suo operato, può disturbare sempre la violenza nell’arte quando è soltanto una cruda denuncia all’umana ipocrisia? L’artista, nel bene e nel male trasmette un messaggio.

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