Alla fondazione del Kolchoz con Vincas Dilka

Li chiamano gruppi di discussione, io non li frequento perché passo già tanto tempo a discutere in ufficio. Vi si discute di calcio, di sport, di politica, di giardinaggio, di arte (poco), del meteo, di viaggi, di donne (nei gruppi di discussione maschili), di uomini (nei gruppi di discussione femminili), dell’oroscopo, di matrimoni, di soldi, di arredamento, di videogiochi, di letture, di pettegolezzi… Di questo, di quello e pure di quell’altro : l’importante è aprire la bocca e darle fiato.

ingresso-kolchozPare quasi il ritratto di un gruppo di discussione, il grande quadro di Vincas Dilka, forse un’accesa riunione condominiale, e invece la scena rappresentata è un importante frammento di storia. La fondazione di un Kolchoz nella Lituania d’epoca sovietica. Quando qualcuno sognava ancora d’abolire la parola “mio” dal vocabolario, il processo di collettivizzazione imposto dall’intellighenzia bolscevica prevedeva l’istituzione di cooperative agricole aperte a tutte le comunità rurali. Meglio di una giornata passata in palestra, quella di un contadino del Kolchoz : ci si facevano i muscoli zappando la terra, abbronzatura garantita, e un guadagno proporzionato alle ore di lavoro e alla produzione totale della cooperativa. L’innovativo sistema agricolo era forse causa di qualche scontento – facilmente placato con massicce deportazioni in Siberia – ma veniva eletto dal governo centrale di Mosca quale un atto d’emancipazione popolare : la terra è dei contadini che la coltivano. Ovvio che un’idea talmente forte non poteva lasciare indifferenti gli animi sensibili, privare di suggestione le persone più esposte ai soprassalti delle emozioni.

Riunione di fondazione del Kolchoz
Riunione di fondazione del Kolchoz
Vincas Dilka
1950. Olio su tela

Nell’accoramento collettivo provocato dall’istituzione dei Kolchoz, gli artisti erano tra i più coinvolti, e anche un pittore come Vincas Dilka, diplomatosi all’Istituto d’Arte di Kaunas nel 1937 e divenuto professore di disegno, voleva fare la sua parte nello straordinario percorso verso la realizzazione del sogno socialista. L’illustrazione di libri per bambini, attività in cui Dilka si era specializzato negli anni del dopoguerra, per quanto creativa e pubblicamente utile non dava la giusta idea del progresso allora in atto : ci voleva un quadro, una prova, un monumento in onore del grande progetto sovietico.

Ecco dunque scaturire l’opera della sua vita, l’immenso olio su tela gremito di persone indaffarate nella fondazione del Kolchoz. In un salone illuminato di primavera, la comunità agricola è riunita attorno a un tavolo ammantato di rosso, il colore della rivoluzione. Mentre un omone baffuto e rosso di pelo, contraltare sovietico del Burt Lancaster gattopardesco, redige il documento ufficiale sotto gli occhi vigili dei presenti, c’è chi si confronta su questioni pubbliche, come il gruppo dei tre personaggi sulla destra, oppure chi s’inorgoglisce davanti al ritratto del compagno Joseph che veglia su questo piccolo atto rivoluzionario. Badino a ciò che dicono, gli entusiasti fondatori del Kolchoz, non una virgola, non un punto di troppo nei loro appassionati discorsi : Dio non li vede, ma Stalin sì !

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