Le tre mani di Amédée Ozenfant

Una domanda. Adoro i quadri che si presentano come una domanda. Una domanda. Ma una domanda a chi ? A me, a te, a lui, a lei, a loro. Al pubblico. A tutti quelli che li guardano. Mi correggo : a tutti quelli che li contemplano. I quadri non si guardano, i quadri si contemplano. Dolce e commossa contemplazione dell’arte. Acuta e sottile interrogazione sull’arte. Pretenziosa e banale affabulazione di parte… va bene, ho capito, la pianto. Pochi giochi di parole : di fare il poeta non sono capace. E allora vado subito al sodo.

La mano dell'artista
La mano dell’artista
Amédée Ozenfant
1930. Olio su tela

Spesso mi capita ripensare a un quadro che ho scoperto recentemente al museo d’arte di Grenoble intitolato La mano dell’artista. Ad averlo realizzato, nel 1930, è il pittore francese Amédée Ozenfant. Conoscete Amédée Ozenfant ? Nato nel 1886 e morto nel 1966, vissuto tra Francia, Inghilterra e Stati Uniti, Ozenfant fu un artista rigoroso, calibrato, essenziale. Non a caso il movimento da lui creato assieme all’architetto svizzero Le Corbusier si chiama Purismo.

Quello che mi sconquiffera nel suo quadro riportato qui accanto, tuttavia, non sono i colori sobri o le linee sostanziali degli oggetti. A intrigarmi è proprio quella mano evocata nel titolo. La mano dell’artista. Ma di quale mano si tratta ? Ecco saltar fuori la domanda.

Guardiamo (contempliamo) attentamente il dipinto. Da un omogeneo sfondo grigio emergono alcune figure. Due piatti, una bottiglia, un bicchiere, degli occhiali, un tovagliolo (cosa vi sembra quell’oggetto bianco sulla destra?), una forchetta, una mano che afferra una fettina di burro con un coltello. E un’ombra. Sì, un’ombra : l’ombra di una mano, un’altra mano, che stringe un cucchiaino. Di mani allora ce ne sono due. Una vera e una allusa. Una visibile e una immaginata. Entrambe presumibilmente appartenenti alla stessa persona, una prima persona al singolare, il soggetto dell’azione, un io che sta tranquillamente consumando uno spuntino a base di pane, burro e uovo. Entrambe le mani, però, non paiono svolgere una funzione propria a una mano d’artista : non dipingono, non disegnano, non scolpiscono, non ritagliano, non creano… Insomma, niente lascia intendere che l’una o l’altra appartengano a qualcuno intento nella realizzazione di un’opera d’arte. E allora, se non è ritratta nel quadro, la mano di cui parla il titolo dove sta ? Se non è zuppa, allora è pan bagnato : fuori, la mano dell’artista sta fuori dal dipinto perché è impegnata nella realizzazione del dipinto stesso. Eureka !

Quello di Amédée Ozenfant è quasi un gioco, uno scherzo, una burla rivolta al pubblico. Lui dipinge una mano in primo piano, il piano della rappresentazione : dentro il dipinto, dentro l’azione, dentro la storia. Poi tenta di depistarci con l’ombra di una mano apparentemente davanti al quadro ma in realtà pienamente partecipe a ciò che vi avviene dentro. Infine, per farci perdere completamente la bussola, si inventa un titolo, La mano dell’artista, che allude a una fantomatica mano di cui non si vede manco l’ombra. Tre mani : una dentro, una davanti, una fuori. La mano che c’è; la mano che c’è ma non si vede; e la mano che non c’è proprio.

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