Vi presento Sarcacchio da Velletri.

No, ho capito che così non va. Non va proprio. Questo blog è decollato già da un pezzo, sono quasi sette anni che esiste, ma stenta ancora a raggiungere la quota idealmente prefissata, la volta celeste cui ambisce qualsiasi produttore di contenuti destinati al web. E questo, lo ammetto senza remore, non dipende da chissà quali congiunture nefaste o influenze negative, non deriva dallo scarso interesse del pubblico verso un argomento – l’arte moderna e contemporanea – solitamente giudicato ostico, lambiccato, per non dire addirittura noioso ; no, è unicamente colpa mia.

Ciò in cui sbaglio, me ne rendo conto ogniqualvolta incontro qualcuno che nell’arte ci lavora, è la maniera di presentarmi : come possono galleristi, collezionisti, curatori di mostre, o gli artisti stessi, dare credito a un individuo in jeans e maglietta, barba mal rasata, intonazione della voce insicura e con un cognome che ricorda una celebre marca di birra ? L’arte è un universo con le proprie regole e i propri costumi, le proprie fisime e i propri capricci, e io non mi ci sono ancora adeguato a dovere : insomma, il mio è un tragico vizio di forma. Ovviamente a tutti i mali c’è rimedio, e nel mio caso sono convinto che con un discreto impegno posso sormontare il muro invisibile che separa me e La valigia dell’artista dal successo sperato.

Come prima cosa, basta con il look trasandato, basta con l’aspetto dello studente universitario al quarto anno fuori corso ; per ispirare fiducia e serietà ai nuovi interlocutori, devo anzitutto assumere sembianze più mature, devo adottare atteggiamenti più autorevoli, devo apparire come qualcuno d’importante – anche se, detto tra noi, nel mare magnum dell’arte contemporanea conto quanto un’alga incastrata nei denti di un cetaceo. D’ora in poi, pertanto, darò al mio abbigliamento un tocco di prestigio, di eleganza senza tempo : al posto di quei cappellacci di paglia spelacchiati, buoni semmai a evitare ustioni da spiaggia alla crapa rasata, porterò un vistoso copricapo a cilindro, conosciuto altresì sotto il nome di tuba, mentre qualsiasi indumento strappato, rammendato o provvisto di pezze scomparirà dal mio guardaroba.

Anche dei calzini colorati non vorrò più sentir parlare : persino il marrone, il viola scuro, il bordeaux o il blu oltremare verranno rigorosamente messi al bando per lasciare spazio a un bel nero. La camicia sarà d’ordinanza, ovviamente indossata con la cravatta a doppio nodo e corredata di una soffice giacca in cashmere, e per quel che riguarda i pantaloni, beh, prediligerò quelli in seta per la stagione estiva e quelli in velluto per la stagione invernale. Ecco, altra cosa degna di nota : per sapere l’ora, non darò più un’occhiata distratta al cellulare ma consulterò l’orologio da polso, che come insegna l’avv. Gianni Agnelli va portato allacciato sopra il polsino della camicia, oppure, meglio ancora, sfodererò dal taschino della giacca un orologio a cipolla in argento. E con questo, cari lettori, ritengo di avervi detto abbastanza su quello che sarà il mio nuovo stile d’abbigliamento ; passiamo allora alle correzioni d’attuare nell’ambito del portamento.

Sguardo fiero, schiena dritta e petto all’infuori, manterrò sempre una postura impeccabile, calibrata ma non troppo rigida. Il mio incedere marziale ricorderà quello di un generale in visita alle truppe ; le mie braccia dondoleranno alternativamente lungo il busto seguendo la cadenza delle falcate lunghe e risolute ; la mia testa rimarrà ferma e ritta, lievemente inclinata verso l’alto in direzione dei lendemains qui chantent. Mai, insisto, mai mi abbandonerò a gesti inconsulti quali pernacchie, risatine, sbadigli o scivoloni su bucce di banana. Anche disteso baderò attentamente a non assumere posizioni sgraziate : nel caso durante il sonno accadesse di scompormi, m’imporrò di dormire in piedi come fanno i cavalli.

Infine, elemento capitale nella mia trasformazione da goffo dilettante in vero professionista dell’arte : il nome, devo assolutamente trovare un nome all’altezza del personaggio che incarnerò. Inizialmente, lo ammetto, avevo pensato a qualcosa di straniero, Friedrich, Paulo, Ernst, oppure, data la mia cittadinanza francese, il più armonioso Richard, ma poi mi sono deciso per un nome italiano, un nome capace d’evocare prestigio, rarità, ingegno e spirito mondano : Sarcacchio ! A completamento di questo piccolo capolavoro d’onomastica, ho scelto un cognome che faccia riferimento a una località agreste e magari lasci immaginare ascendenze nobiliari, e così è nato Sarcacchio da Velletri – da scandire con un lieve accento anglosassone, pertanto eliminando le consonanti doppie e pronunciando le “e” chiuse. Da oggi, quindi, scordatevi la mia vecchia identità, le mie vecchie maniere, i miei vecchi ruzzoloni : da oggi sono una persona nuova, un uomo dell’avvenire, un autentico vincente. Da oggi sono Sarcacchio da Velletri.


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