In the mood for Giorgio Morandi

Lo aveva scoperto un pomeriggio di metà settembre, quando si trovava di passaggio a Bologna per questioni di lavoro : la professione di rappresentante commerciale, infatti, lo portava spessissimo a viaggiare. Approfittando di un appuntamento annullato da un cliente, l’ultimo cui avrebbe dovuto rendere visita quel giorno, si era messo a gironzolare distratto per il centro città con il solo scopo d’ingannare il tempo, tre ore gli restavano prima di prendere il treno di ritorno a Milano e il suo temperamento inquieto gli rendeva impossibile ripiegare sulla soluzione di comodo ; qualsiasi cosa avrebbe fatto piuttosto di sedersi al tavolino di un bar, ordinare una birra e rimanere a guardare l’andirivieni di turisti, studenti e sfaccendati che popolano il capoluogo emiliano.

D’altronde lui era un uomo d’azione, un uomo sempre di corsa, uno di quelli che anche le vacanze le passano in movimento, impegnati in qualche escursione d’alta montagna o nelle immersioni subacquee sulle coste del Mediterraneo. Erano il suo stile di vita, il suo corpo stesso, a domandargliele incessantemente : adrenalina, endorfina, dopamina ; e una volta ogni tanto, in compagnia di vecchi amici, anche una bella striscia di quella roba bianca che completa la rima. Girando e rigirando senza una meta precisa, quel venerdì di tarda estate, tra vialoni ad alto scorrimento e stradine riservate ai pedoni, era quindi capitato davanti a un antico palazzo di soli tre piani ma dalla facciata imponente, con un largo porticato prospiciente l’ingresso principale come vuole la tradizione bolognese e i muri esterni visibilmente ridipinti a nuovo in tempi recenti.

Ad attirare la sua curiosità tuttavia non era l’architettura dell’edificio – poco s’interessava all’estetica urbana – bensì due lunghi striscioni apposti in verticale all’altezza del primo piano : MAMbo vi era scritto a grandi caratteri bianchi su sfondo grigio. MAMbo, si era domandato, perché MAMbo ? Possibile che si tratti di una scuola di ballo cubano ? Fosse stato il caso, gli sarebbe piaciuto chiedere informazioni sui corsi, gli insegnanti, le tariffe… certamente non per considerare la possibilità d’iscriversi, abitando a Milano non avrebbe potuto partecipare alle lezioni, ma così, per il puro capriccio di fingersi un potenziale cliente agli occhi di una conturbante maestra di danza. Con il suo fare deciso aveva allora varcato l’ingresso del palazzo, percorso un lungo corridoio e raggiunto un ampio salone al cui centro si trovava un bancone circolare dove due donne lo avevano accolto quasi con aria di sollievo, come se fossero lì ad attendere il suo arrivo – l’arrivo di lui, un bel tipo in giacca e cravatta alle soglie dei quarant’anni, età da molti considerata quale la più appetibile dal pubblico femminile.

Desidera un biglietto per la collezione permanente ? si era cortesemente rivolta a lui quella più giovane, e a quel punto, notando le etichette Biglietteria che le donne portavano al petto e diverse pile di opuscoli colorati disposte sul bancone, egli aveva capito in che posto era finito. MAMbo non aveva nulla a che vedere con Cuba, balli esotici o passioni ardenti, il nome era solo uno specchietto per le allodole : si trattava di un museo, per la precisione del Museo d’Arte Moderna di Bologna.

Sul momento, sentitosi quasi preso in giro, aveva avuto la tentazione di bofonchiare una risposta incomprensibile e dileguarsi tanto rapidamente quanto era arrivato, oppure, scappatoia ancora più meschina, farsi passare per un turista straniero incapace di comunicare in qualsiasi lingua comunemente nota ; tutto ciò che riguardava musei e mostre, infatti, soprattutto a tema artistico, esercitava su di lui una viva repulsione, paragonabile a quella che gli suscitavano i dibattiti politici in diretta televisiva. E invece, chissà per quale strano motivo, quella volta aveva deciso di mettere da parte i pregiudizi ed entrare. Magari avrebbe fatto qualche bella scoperta, doveva aver pensato, al peggio ci avrebbe rimesso il tempo della visita – questo è dopotutto lo spirito che anima qualsiasi buon venditore.

Il giro completo del museo, intervallato peraltro da una lunga conversazione telefonica con il suo capo a Milano, gli aveva preso circa due ore, dopodiché egli si era diretto senza più deviazioni alla stazione ferroviaria poco lontana, dove il suo treno delle 18:23 lo aveva infine ricondotto a casa. Le impressioni sulla visita museale? Delle tante opere esposte e corredate di testo esplicativo, nessuna era stata capace di fargli rivedere i suoi gusti, anzi tutte avevano consolidato la sua convinzione di partenza : l’arte moderna era un enorme bidone, e fessi erano quelli che ci spendevano energie e denaro. D’altra parte che interesse si poteva nutrire nei confronti di fasci di legna appesi al muro, stracci luridi ammucchiati per terra, tubi metallici saldati in composizioni amorfe ?

C’era poi una sezione espositiva interamente dedicata a un pittore bolognese, omonimo di un suo vecchio vicino di casa, Giorgio Morandi, che lo aveva davvero sconcertato. A leggere i pannelli informativi, si trattava di uno dei più importanti artisti italiani del Novecento, vincitore di premi in tutto il mondo, un uomo che aveva trascorso gran parte della propria vita chiuso in casa, nell’appartamento che condivideva con le tre sorelle, a dipingere bottiglie, brocche e bicchieri. Una storia poco appassionante, la sua : intanto che fuori scoppiavano guerre mondiali, crisi economiche, calamità naturali, intanto che fuori la gente ballava per le strade, faceva l’amore, prendeva il tram, intanto che fuori pioveva, nevicava o c’era un sole da spaccare le pietre… insomma, intanto che fuori il dannatissimo pianeta Terra non la piantava di girare, questo Morandi era rimasto isolato nella propria stanzetta a trastullarsi con colori e pennelli. E con che risultati !

I suoi quadri sembravano tutti uguali, tutti a ripetere gli stessi temi nelle stesse tinte sbiadite, identici nella loro piccolezza, nel loro scialbore, nella loro banalità ; erano talmente insipidi che a differenza degli altri oggetti strambi presenti nel museo, non riuscivano nemmeno a ispirare disgusto. Bottiglie, brocche, bicchieri, bottiglie, brocche, bicchieri, bottiglie, brocche, bicchieri… blbblblblbbl…. ma come si faceva a dipingere sempre e solo bottiglie, brocche e bicchieri ? L’arte non doveva mica essere inventiva, bellezza, meraviglia ? La noia, ecco la parola giusta : la pittura di Giorgio Morandi era di una noia mortale. Non importava, poi, se frotte d’intellettuali vi avevano scorto del genio, della poesia, addirittura della spiritualità ; al nostro eroe quei dipinti erano parsi terribilmente noiosi.

Era pertanto con un notevole sforzo di memoria che in tempi recenti, passati più di tre anni da quel pomeriggio di settembre, riusciva ad associare il nome di Giorgio Morandi al malaugurato episodio bolognese. Ora si trovava in casa, nel suo appartamento a Milano, recluso come gli altri sessanta milioni d’italiani a causa del dannatissimo virus venuto dalla Cina ; per fortuna aveva schivato il contagio, ma le sue abitudini erano state comunque sconvolte. Niente più viaggi, niente più strette di mano, niente più affari : adesso passava le giornate da solo davanti al computer, in salotto o sul balcone che dava sul giardino interno del palazzo, a intrattenere con i suoi colleghi una serratissima corrispondenza via e-mail e fare qualche rara telefonata ai clienti, i pochi rimasti aperti.

Iniziava la mattina alle otto, faceva una pausa tra mezzogiorno e l’una, staccava non più tardi delle cinque di pomeriggio. Dal lunedì al venerdì la solita routine : così erano le disposizioni aziendali nel periodo di crisi, così dall’inizio della quarantena e chissà per quanto tempo ancora. Quello per lui non era lavorare, quello era girare in tondo, discutere del nulla, remare una barca incagliata nella sabbia ; quello era una semplice pantomima – una pantomima in cui non c’era neanche bisogno di travestirsi, dato che egli rimaneva sempre in pigiama e vestaglia.

Il resto della giornata, quando non fingeva di sudarsi lo stipendio che la sua azienda continuava a versargli, lo impiegava a svolgere i compiti domestici, fare interminabili videochiamate con la madre e il fratello, abbuffarsi di pseudo notizie trasmesse in televisione e macinare chilometri sulla cyclette elettronica. Si teneva il più possibile occupato, spesso accompagnando le proprie faccende con una lieve musica di sottofondo : ascoltava jazz, recentemente aveva scoperto di adorare il suono del sassofono. La sera andava a letto tardi e la mattina si svegliava prestissimo ; nelle poche ore di sonno faceva sogni bizzarri, sognava persone perse di vista da tanto tempo, vecchi compagni di scuola, lontani parenti ormai scomparsi, gente incontrata durante vacanze estive : figure scolorite che emergevano dall’oblio e si rivelavano sotto aspetti inediti, improbabili, inquietanti. Come se il periodo che stava attraversando, il confinamento domestico, non lasciasse nessuna impronta sul suo vissuto e di conseguenza, per alimentare l’immaginario onirico, il suo inconscio fosse costretto a scandagliare gli angoli bui della memoria.

Di tanto in tanto si sentiva con Paola, la ragazza che frequentava quando era in trasferta a Roma, a dire il vero più per sollazzo che per reale interesse ; alle relazioni a distanza non aveva in fondo mai creduto. Della studentessa brasiliana che veniva regolarmente a fargli le pulizie in casa e talvolta si fermava a dormire con lui, aveva invece perso ogni contatto. Usciva il minimo necessario, giusto per fare la spesa e occasionalmente recarsi all’ufficio postale. A parte qualche condomino, incrociato per sbaglio entrando nel portone o salendo le scale, non vedeva nessun conoscente, e questo gli dava quasi la sensazione di non trovarsi più a Milano, la sua città, quella dove era nato e cresciuto, ma essere finito in un luogo estraneo, senza identità, senza passato ; un luogo senz’anima. L’inattività, la solutine, l’incertezza sul futuro iniziavano ad agire sul suo umore, gli stava accadendo ciò che non avrebbe mai immaginato, un fenomeno di cui si rendeva a malapena conto : lui, l’uomo abituato ad andare a mille all’ora, incapace di stare fermo persino quando si trattava di lasciarsi fotografare, era sulla china scivolosa che pian piano sprofonda nell’apatia.

L’evento, o per meglio dire il caso che lo riportava indietro nel tempo, a quel giorno di settembre di tre anni e mezzo prima, avveniva una sera di fine aprile, mentre era stravaccato sul divano in salotto con il computer portatile sulle gambe a navigare distrattamente in internet. Come oramai la maggioranza delle persone, anche lui non comprava giornali cartacei, ma all’inizio dell’anno aveva deciso di abbonarsi alla versione digitale del Financial Times : una scelta di cui stava iniziando a pentirsi, visto lo scarso utilizzo che faceva del suo acquisto. Quella sera, tuttavia, consultando proprio il sito del quotidiano economico britannico, perso tra articoli che predicevano un collasso senza precedenti, il suo occhio cadeva su un titolo contenente un nome italiano : The interior world of Giorgio Morandi, an artist who embraced lockdown, che tradotto dall’inglese significa più o meno “Il mondo interiore di Giorgio Morandi, un artista che ha abbracciato il blocco”.

Giorgio Morandi, rimuginava perplesso, ma io questo Giorgio Morandi lo conosco… non è mica il signore che abitava al terzo piano nel palazzo dei miei ? Ah, no ! Ora ricordo, ricordo bene, ecco di chi si tratta : il pittore bolognese fissato con le brocche e i bicchieri ! Adesso scrivono di lui persino sul Financial Times ? L’articolo, redatto da una famosa critica d’arte inglese, trattava della pittura, della vita, della particolarissima sensibilità di Morandi, contestualizzandole peraltro nel periodo storico del primo e del secondo dopoguerra, ma cercava soprattutto di far riscoprire il personaggio sotto una luce nuova, una luce attuale. La situazione d’isolamento che l’artista bolognese si era autoimposto, invece di essere interpretata quale l’emanazione di un animo schivo e solitario, diveniva un coraggioso atto di ribellione, oltre che un’inesauribile fonte d’ispirazione creativa ; Giorgio Morandi, morto e sepolto da più di mezzo secolo, nelle intenzioni della critica d’arte era “un compagno ideale per quelli di noi che stanno affrontando il confino domestico”. In tempi di quarantena generalizzata bisognava guardare a lui, al suo essenzialismo, come a un modello di ascesi felice, di pazienza certosina, di silenziosa operosità. Dopotutto la reclusione non è che uno stato d’animo, un temperamento, un mood se vogliamo ricorrere a un termine inglese… perché allora non approfittare dell’apparente immobilismo per “lavorare su se stessi”, come adesso si dice nella neolingua dello sviluppo personale ?

Quantunque queste belle parole e questi bei pensieri lasciassero tutt’altro che indifferente il nostro lettore mezzo assopito – nelle ore tarde si è più disposti alla facile commozione – rapidamente il suo senso pratico prendeva il sopravvento, ed ecco tornare a galla il ricordo della visita al museo di Bologna : ed ecco tornare a galla quelle bottiglie, quelle brocche, quei bicchieri, quei quadri che gli avevano procurato lunghissimi sbadigli. Questa è forte, pensava, ora vogliono addirittura farmi credere che starsene così, bloccati a casa, stimoli nella gente una qualche vena artistica nascosta ! Ci manca solo che mi metta pure io a dipingere stoviglie e fermacarte… Stentando a prendere sul serio la faccenda, andava finalmente a dormire.

Il mattino successivo, quando si svegliava puntuale come al solito poco dopo le cinque, non ricordava quasi nulla di quanto letto la sera precedente sul sito del celebre giornale britannico. In lui, tuttavia, c’era qualcosa di diverso, qualcosa era cambiato. Non gli erano spuntate le zampe da scarafaggio, come in quel racconto bizzarro che aveva per protagonista sempre un rappresentante di commercio, e anche a guardarsi attentamente allo specchio, nudo, non riscontrava alcuna anomalia. Il suo fisico all’apparenza era rimasto tale e quale. Paventato per un istante il contagio del terribile virus che teneva il mondo in scacco, si misurava prontamente la temperatura corporea e con grande sollievo scopriva di essersi allarmato invano ; niente febbre, niente tosse, niente virus. Ma allora di che cosa poteva trattarsi ?

Era una semplice sensazione, qualcosa d’invisibile e impalpabile che gli solleticava le tempie, la sensazione di non essersi destato completamente, di avere il cervello in parte ancora addormentato. Una bella lavata di faccia, un doppio caffè, persino una doccia fredda si dimostravano inutili : dentro di se sentiva che stava ancora dormendo. Tornare a letto ? No, tanto lo sapeva che non sarebbe servito a nulla, che non erano le scarse ore di sonno le responsabili del suo strano stato d’animo… Non vedendo alternative al comportarsi come se nulla fosse, alle otto si metteva davanti al computer per iniziare la giornata lavorativa : concentrarsi, o quantomeno tenersi impegnato, è notoriamente la migliore maniera per riscuotere i sensi. E invece a lui accadeva proprio il contrario, più il tempo passava e più egli percepiva crescere l’indolenza, il torpore, l’estraniamento rispetto a quanto lo circondava.

Era sveglio, non stava sognando, su questo non c’erano dubbi, eppure aveva l’impressione che la sua presenza, il fatto di esserci, fosse in un certo mondo diminuita, indebolita, pian piano annientata : pur trovandosi lì, nel suo appartamento, da solo, era come se fosse in un altro luogo, un luogo qualsiasi, un luogo sconosciuto ; come se fosse nel generico altrove. Chiamare il medico non aveva senso, che cosa gli avrebbe raccontato ? Sa, Dottore, sono in casa ma non so più dove mi trovo… Lo avrebbero certamente preso per pazzo, cosa che in fondo non era da escludere. E allora continuava così, seduto al tavolo in salotto davanti al computer, a spegnersi lentamente, lentamente, a chiudersi nel proprio languore, a implodere.

Venuta l’ora di pranzo, si spostava in cucina per farsi un panino al prosciutto e cetrioli, più per abitudine che per reale appetito : ne mangiava la metà, il resto lo metteva in frigo per terminarlo la sera stessa o l’indomani. Il pomeriggio lo trascorreva nella stessa maniera, ancora davanti al computer, affondando a poco a poco nell’incoscienza. Era in una condizione che sembrava ormai quella di un vegetale, ma con le scarse forze rimastegli riusciva comunque a tirare avanti, a rispondere al telefono, a inviare messaggi di posta elettronica, a far percepire ai suoi colleghi in telelavoro che anche lui era lì, che anche lui c’era. Fino al punto in cui non c’era più. Quando i pompieri spaccavano la porta d’ingresso e facevano irruzione nel suo appartamento, due giorni dopo, di lui non trovavano traccia, scomparso nel nulla, e così era anche per i mobili, gli elettrodomestici, gli oggetti d’uso quotidiano. Il letto, gli armadi, il divano, il televisore, il computer, le sedie, la lavatrice, il frigorifero, il telefono… tutto era svanito, restava solo il tavolo in cucina, spogliato della tovaglia, e sopra il tavolo tre oggetti che nessuno riusciva a spiegarsi. Una bottiglia, una brocca, un bicchiere.


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