La street art venduta nelle gallerie d’arte ?

Qualche mese fa, in occasione di una grande mostra di street art a Lione, città in cui vivo, sono riuscito a scambiare quattro chiacchiere con un glorioso rappresentante di questa moderna espressione artistica. Un uomo alle soglie della cinquantina, cappellino da baseball calcato in testa, occhiali dalla montatura spessa, felpa con cerniera lampo aperta fino all’ombelico, pantaloni dieci taglie superiori alla sua : insomma, il guerriero della strada generazione anni ’70 leggermente imbolsito e con qualche ruga sulla fronte.

A conclusione del nostro breve scambio d’idee, interrotto spesso da clamorose pacche sulle spalle al mio interlocutore da parte di anonimi passanti, mi sono azzardato a domandare che cosa lui ne pensasse degli street artist che vendono le loro opere nelle gallerie d’arte. Da qualche anno a questa parte, infatti, l’arte che era solitamente confinata alle pareti degli edifici urbani, dei tunnel della metropolitana, dei vecchi capannoni industriali, ha sviluppato un proprio mercato fatto d’intermediari commerciali e danarosi collezionisti. Solo un povero tapino quale il sottoscritto poteva sollevare una questione del genere.

Anche noi dobbiamo mangiare ! mi è stato risposto con aria indignata, prima che fossi lasciato a meditare da solo sull’insolenza e l’ignoranza di cui avevo dato prova. Già, perché io sono un ignorante : mica uno che scrive, dipinge, crea magnifici scenari colorati sui grigi muri delle grigie città. Oltre ad avermi gettato in una condizione depressiva in cui tuttora mi dibatto, tra rantoli, insonnie e giornate passate a vedere e rivedere vecchie puntate del Grande Fratello registrate su cassette VHS, credo che l’infelice episodio sia per me stato fonte di un’interessante riflessione.

Prima di tutto, ho capito che quando si fa una domanda intelligente non ci si può attendere una risposta stupida – o forse vale il contrario ? A parte questo, a parte questa bagatella da ragazzini, l’interrogativo da me rivolto allo street artist non voleva essere provocatorio, o peggio ancora tendenzioso, ma la reazione che ha prodotto dimostra quanto tocchi effettivamente un tema scomodo. E dato che a me piacciono le posture scomode, le situazioni problematiche, le elucubrazioni tortuose, riformulerò in maniera più precisa la domanda e cercherò, nel mio piccolo, di elaborare qualcosa che somigli a una risposta.

Mi chiedo, allora : ha senso che della street art venga fatto commercio attraverso i canali distributivi convenzionali, nella fattispecie le gallerie d’arte ? Per introdurre il discorso e quindi argomentare la mia posizione, ritengo opportuno fare una breve digressione riguardo le radici di questa forma d’arte e circoscriverne il campo d’azione. La street art, nota altresì come arte urbana, è un’espressione artistica a cui è stato dato degno riconoscimento solo in tempi relativamente recenti, più o meno dalla fine degli anni ’60 del ventesimo secolo con la nascita del graffitismo americano, ma che a pensarci meglio ha origini ben più remote. I muri delle città, infatti, si sono prestati fin dall’antichità ad accogliere scritte e disegni di comuni cittadini, sia per comunicare un preciso messaggio sia per appagare un semplice gusto decorativo, sostituendosi in questo alle pareti delle caverne sulle quali l’uomo preistorico realizzava le pitture rupestri.

All’indomani della contestazione studentesca del 1968, quando gli Stati Uniti sono ancora scossi dal movimento per i diritti civili degli afroamericani e impantanati sul piano internazionale nella catastrofica guerra del Vietnam, nelle popolose città della costa occidentale nordamericana si accendono i primi focolai di un fenomeno che in seguito attecchirà in tutto il mondo. A Philadelphia, New York, Baltimora, i giovani dei quartieri disagiati si armano di bombolette spray, barattoli di vernice e grossi pennelli per lanciarsi nella loro personale conquista dello spazio urbano.

Sulle facciate e i portoni dei palazzi, nei vagoni della metropolitana, sui manifesti pubblicitari per strada iniziano allora a comparire scritte abusive a caratteri gonfi e colorati, talvolta realizzate con cura e più spesso semplicemente abbozzate : sono la manifestazione di un malessere ma anche la rivendicazione di un’identità, di un’appartenenza sociale, di un orgoglio clandestino. Senza voler diffondere alcun messaggio o dottrina, e senza avere l’ambizione di seguire una linea artistica, queste iscrizioni per la loro stessa natura illegale esprimono una presa di posizione politica. Contro gli adulti, contro i divieti, contro le autorità. E soprattutto contro il sistema.

Dagli Stati Uniti, dove viene per lo più considerata alla stregua di puro vandalismo, la street art si diffonde in altri paesi, entrando in contatto con correnti artistiche locali e subendone l’irrimediabile influenza. Nei bassifondi di Parigi, nelle favelas brasiliane, sul muro che divide in due Berlino, scritte variopinte e illustrazioni giganti gridano gioie e miserie di una generazione, e presto c’è qualcuno che vede in loro una grande opportunità di guadagno. Già nella New York degli anni ’80, mentre il crimine impazza nei sobborghi e i banchieri di Wall Street si avventurano in investimenti ad alto rischio, i lavori di artisti cresciuti sulla strada quali Keith Haring o Jean-Michel Basquiat sono assimilati a prodotti avanguardistici e venduti per somme importanti ; un ventennio più tardi, quando il mercato dell’arte si è ormai spalancato a questa corrente creativa, è possibile acquistare dipinti, stampe e fotografie di street artist affermati in gallerie specializzate. Le opere dei graffitari più celebri, come la star internazionale Banksy, sono addirittura rimosse dai muri urbani per essere battute all’asta.

Non è la prima volta che attorno a un fenomeno di controcultura, di ribellione, si sviluppa un grande giro di soldi ; recentemente è accaduto con la musica rap, in tempi più lontani avvenne invece con il cristianesimo. Nel caso della steet art, a chi ne evidenzia la congenita incompatibilità con le logiche commerciali, spesso viene opposto l’argomento alimentare : eh, ma anche loro, anche i graffitari, i writers e gli artisti urbani in genere devono guadagnarsi da vivere ! Il pane non va levato di bocca a nessuno, tantomeno a delle persone che contribuiscono a rendere le città meno austere : che male può fare, pertanto, la vendita di un disegno firmato da uno di quei bravi ragazzi che la notte ricoprono di colori e illustrazioni scialbi edifici metropolitani ? Nessun male, anzi, si smuove l’economia, rifluisce il capitale, tintinna il nichelino. L’unico inconveniente, forse, è che nel prossimo futuro l’arte della strada perda quel carattere clandestino che le era proprio e diventi un semplice espediente promozionale.


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