A casa di tutti, a casa di Dianna.

Dianna. Non è veramente un’artista, anche se ha fatto una scuola d’arte e design, lei si definisce piuttosto una ricercatrice : ciò che ora la tiene impegnata, infatti, è una tesi di dottorato riguardante l’arte contemporanea e le performance presso l’università di Tolosa. Io l’ho incontrata per caso a una conferenza a Lione, maggio scorso, e da lì, dallo scambio di opinioni tra me blogger italiano e lei giovane intellettuale cinese trapiantata in Francia, pian piano sta nascendo un’amicizia. Ebbene, perché presentarvela, perché oggi presentarvi Dianna ?

Beh, vi confesso, Dianna è l’autrice di alcune delle opere che negli ultimi tempi mi hanno più impressionato, e lei, pensate, le ha realizzate come semplice lavoro a conclusione del suo percorso di studi. Sono delle gigantografie, ossia delle fotografie riprodotte in formato macroscopico, che Dianna ha scattato nella sua città natale di Wuhan, nella Cina centrale, e ha poi decorato con dei grandi ideogrammi cinesi antichi. L’idea alla base di questa serie di opere, emblematicamente intitolata A casa di tutti (dal francese “Chez tout le monde”), è venuta alla giovane donna un giorno in cui si trovava con la propria famiglia presso un magazzino IKEA di Wuhan.

La celebre catena di distribuzione svedese è presente in Cina ormai dal 1998, quando aprì il primo negozio a Shanghai, ma la popolazione locale pare vivere l’esperienza IKEA in maniera molto diversa da noi occidentali. Non è raro, infatti, in uno spazioso punto vendita IKEA cinese, di vedere persone di tutte le età comodamente installate sui mobili in esposizione come se fossero a casa propria. Ci sono ragazzini spaparanzati sulle poltrone, intenti a smanettare con il telefonino, ci sono intere famiglie ordinatamente sistemate sui divani, con lo sguardo rivolto al televisore antistante, ci sono anziani seduti ai tavoli. E poi, cosa molto comune, c’è un sacco di gente che dorme. Sì, dico bene, parecchie persone in Cina si recano a un punto vendita IKEA per fare un sonnellino : operai, impiegati, lavoratori in pausa pranzo, giovani e vecchi approfittano dei confortevoli lettoni esibiti al pubblico per trovare qualche attimo di pace nella frenetica vita metropolitana. E questo, credetemi, avviene con il benestare della direzione dei magazzini.

Dianna ha catturato con la macchina fotografica questi placidi momenti di quotidianità, e dagli scatti ha fatto sviluppare grandi immagini in formato poster su cui ha poi pitturato con colori a olio simboli cinesi antichi. Che cosa dicono le vistose iscrizioni ? Si tratta di slogan e frasi di propaganda, alcune appartenenti all’epoca maoista e altre ancora più vecchie ; qualcuna risale persino a oltre mille anni fa. Ad accomunare tutte le scritte è il messaggio di fiducia nella comunità, nel lavoro collettivo, nell’egualitarismo tra i cittadini : “Non ci sono persone superiori e inferiori, tutti sono nati dal cielo”, “Io odio la differenza tra ricchi e poveri”, “Lavoriamo per avere cibo e vestiti”, “La comunità è il meglio”, “Il cielo rende tutti uguali”… Ben prima che la dottrina comunista penetrasse nel continente asiatico, pare di capire, il popolo cinese ne condivideva già i princìpi rivoluzionari, i valori di uguaglianza tra gli esseri umani.

Confesso che inizialmente, vedendo sovrapposti degli elementi così differenti, gli antichi ideogrammi a contenuto filosofico e le foto dei cinesi stravaccati sui mobili IKEA, ho pensato che lo scopo dell’operazione fosse di creare dell’ironia : guardate, guardate come il capitalismo in salsa di soia ha ridotto i magnifici ideali su cui si è sempre fondata la civiltà cinese ! Una provocazione gentile che Dianna rivolgeva alle moderne abitudini del proprio paese.

Approfondendo l’argomento, tuttavia, e guardando attentamente i visi, le posture, l’abbigliamento degli anonimi individui ritratti in fotografia, mi sono fatto un’altra opinione sulla serie A casa di tutti. No, non era l’effetto ironico quello ricercato da Dianna : dove, infatti, l’occhio di una persona cinese può scorgere dell’ironia ? Se vedere gruppi di uomini e donne che ronfano sui letti esposti in un negozio, a noi occidentali può suscitare il sorriso, o addirittura la risata, per lei, per Dianna, abituata a situazioni di questo tipo, la cosa non è per nulla anormale.

Ed è proprio la banalità, direi quasi l’intimità della scena vista all’IKEA di Wuhan che ha prodotto in lei un sentimento nostalgico, quella malinconia che talvolta colpisce le persone emigrate in terre lontane allorché ritrovano le vecchie consuetudini lasciate nel loro paese d’origine. Tornare all’IKEA di Wuhan e trovare di nuovo tutta quella gente pacificamente seduta e sdraiata su poltrone, letti e divani, è per lei come tornare a casa : a casa propria, certamente, ma anche a casa degli altri. A casa di tutti. Nella sua serie di opere, di conseguenza, le iscrizioni antiche si sovrappongono alle immagini contemporanee non per dare vita a un contrasto ironico, o a uno spunto polemico, bensì per creare una linea di continuità tra passato e presente, tra tradizione e modernità.

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