Jean Dubuffet, l’artista barbaro

Jean Dubuffet. Le persone che lo incrociavano in giro, per una via di Parigi o magari in un vagone della metropolitana, difficilmente dovevano pensare che si trattasse di un artista ; lui, un uomo minuto e pelato, spesso vestito con camicia, impermeabile e bombetta, aveva piuttosto l’aria del bancario o dell’agente di commercio. La sua immagine dopotutto rifletteva il suo primo impiego, cui si dedicò a lungo prima di votarsi appieno alla pittura : fu infatti nel 1942, all’età di 41 anni, che abbandonò definitivamente il commercio di vini per vivere della propria attività artistica. Ma allora perché proprio lui, perché questo individuo dall’apparenza anonima, uomo qualunque tra uomini qualunque, provocò uno dei più grandi scossoni nell’arte del ventesimo secolo ?

Jean Dubuffet fotografato nel suo atelier da Robert Doisneau

Originario di Le Havre, città portuale nel nord della Francia, era arrivato a Parigi appena diciassettenne con l’aspirazione di diventare pittore ; fin da bambino, infatti, aveva manifestato un vivo interesse per la pittura, il disegno, la poesia, la musica, pertanto la Ville Lumière era una tappa quasi obbligata per un giovane con ambizioni artistiche come le sue. Presto deluso dai corsi della rinomata Académie Julien, aveva capito che la sua educazione artistica andava nutrita d’esperienze, d’incontri, di suggestioni, invece che di lunghe esercitazioni nel chiuso di un atelier.

Nel periodo tra le due guerre l’esuberante metropoli francese pullulava di caffè e cenacoli artistici e letterari, dove tra l’altro Jean Dubuffet strinse amicizia con importanti pittori e intellettuali, ma ciò che più lo affascinava, ciò che per lui rappresentava l’inventività autentica, era l’uomo comune nel pieno dell’azione : il fornaio che fa il pane, il postino che consegna lettere e pacchi, il fabbro che crea oggetti metallici… Di conseguenza, ancora poco convinto del vero ruolo dell’artista in società, oltre che insicuro delle proprie capacità creative, a 23 anni aveva messo da parte il desiderio di divenire pittore di professione per consacrarsi al commercio vinicolo, lavoro ereditato dalla ricca famiglia.

Il Geologo
Jean Dubuffet
1950. Olio su tela

Nelle alterne vicende dell’impresa famigliare, tra periodi di prosperità e rischi di fallimento, Dubuffet conservò tuttavia il gusto di visitare i musei e frequentare i circoli artistici parigini ; e anche la sua produzione pittorica, nel corso degli anni ’20 e ’30, benché incostante e poco significativa, si mantenne comunque attiva. Forse, alla luce di quanto realizzerà in seguito, contarono soprattutto le maschere di malta o le marionette di legno che in quel periodo fabbricò artigianalmente con l’aiuto della moglie Lili.

Lili
Jean Dubuffet
1936. Burattino

Il momento della svolta, decisiva e inattesa, fu l’autunno del 1942, quando la sua attività commerciale si era talmente consolidata quasi da venirgli a noia. In pieno conflitto mondiale, nella Parigi occupata dalle truppe tedesche, Jean Dubuffet lasciò i propri affari in gestione a un procuratore e si mise a dipingere a tempo pieno. I sogni giovanili erano ormai svaniti, l’uomo adulto aveva compreso che con l’arte è difficile campare, ma proprio grazie a questa nuova consapevolezza era per lui possibile affrontare l’atto creativo in maniera diversa.

Si trattava di ricominciare, ripartire da zero, fare tabula rasa non solamente della sua produzione antecedente ma anche di tutto ciò che in arte lo aveva preceduto. I valori, le tecniche, i saperi fino a quel momento assimilati come modelli di riferimento venivano messi tra parentesi : spazio alla libertà, spazio alla spontaneità, spazio al fervore creativo privo di qualsiasi vincolo ! Il pittore non doveva più rendere conto a nessuno, a nessun canone accademico, a nessun preconcetto critico, a nessuna aspettativa del pubblico ; nemmeno il proprio giudizio d’artista poteva frenarlo. Contro tutto e contro tutti, anche contro il buonsenso. Questo atteggiamento profondamente eversivo non era la battaglia privata di un artista della nuova generazione contro quelli della vecchia, o la rivolta di un individuo contro il sistema. Jean Dubuffet mirava piuttosto a collocarsi al di fuori del sistema, avere nei confronti della tradizione culturale occidentale uno sguardo diverso, uno sguardo candido e disinibito, lo sguardo – e qui stava tutta la sua forza dirompente – dell’uomo comune.

Paesaggio vinoso
Jean Dubuffet
1944. Olio su tela

In un’epoca parecchio difficile e incerta, quella della seconda guerra mondiale e l’immediato dopoguerra, quando l’ideale dell’uomo temerario e dell’eroe era venuto meno, l’arte esprimeva la crisi dei valori dominanti attraverso il rifiuto di molti presupposti su cui si era fino a quel momento fondata. A farla da padrone non era più la ricerca del bello, ma nemmeno la ricerca dello strano, del bizzarro, della rarità ; entravano invece nel campo d’indagine artistica gli oggetti d’uso quotidiano, gli anonimi personaggi che abitavano le città e le campagne, la Natura nella sua accezione più semplice e alla portata di tutti.

A celebrazione di questa meravigliosa banalità, contrapposta agli orrori della guerra, Jean Dubuffet dipingeva scene di vita urbana e panorami agresti, l’affollata metropolitana di Parigi e i terreni rurali percorsi in bicicletta in compagnia di sua moglie. Svincolata da qualsiasi obiettivo d’ordine commerciale e da criteri estetici prestabiliti, la sua vivacità artistica viaggiava per conto proprio : Dubuffet creava d’impulso, in maniera quasi istintiva, ricorrendo a materiali di qualsiasi sorta e senza far riferimento ad alcuna scuola, ad alcuna corrente, ad alcun maestro. Eppure, come già fatto notare, si trattava di un uomo profondamente istruito, amico di alcuni tra i maggiori intellettuali francesi dell’epoca – tra i quali figuravano André Breton, Jean Paulhan, Raymond Queneau, Jean Fautrier, Max Jacob, Paul Éluard, Antonin Artaud, Louis-Ferdinand Céline – da che cosa dipendeva, allora, questo suo fortissimo desiderio di libertà formale, di completa emancipazione da ciò che veniva considerato cultura alta ?

Affluenza
Jean Dubuffet
1961. Olio su tela

Era l’idea stessa di cultura alta, anzi, l’idea stessa di cultura, che per lui doveva essere messa in discussione. Dubuffet non faceva distinzione tra arte delle élite e arte popolare, tra arte contemporanea e arte del passato, tra arte occidentale e arte africana o oceanica ; era una semplice questione di punti di vista, e una volta che i modelli della tradizione perdevano di centralità, una volta che la struttura categoriale comunemente accettata veniva messa in dubbio, ecco aprirsi all’artista innumerevoli vie alternative.

Henri Michaux attore giapponese
Jean Dubuffet
1946. Olio su tela

A ispirarlo, o meglio, ad accendere il suo interesse più intenso erano forme d’espressione creativa comunemente considerate marginali : l’artigianato popolare, la pittura e la scultura extraeuropee, i disegni dei bambini, i graffiti sui muri delle grandi città, e soprattutto gli esemplari di quella che lui stesso a partire dal 1945 identificherà come Art Brut. L’Art Brut, conosciuta in Italia anche come Arte Grezza, è la concettualizzazione che Jean Dubuffet elaborò dopo un viaggio compiuto in Svizzera nel luglio ’45, in occasione del quale visitò il museo etnografico di Ginevra e incontrò diversi medici e pazienti di ospedali psichiatrici.

Più che un genere artistico, l’Art Brut rappresentava per lui una fantasia, un’ideale da contrapporre all’arte comunemente intesa, l’arte istituzionalizzata, l’arte carica di norme, accademismi e tradizioni. Facendo indagini in campo psichiatrico e antropologico, e scoprendo le straordinarie creazioni di cui spesso si dimostrano capaci persone in situazioni d’esclusione sociale – pazienti di cliniche psichiatriche, carcerati, abitanti di eremi inaccessibili – Dubuffet intendeva dimostrare l’esistenza di una pratica artistica svincolata da insegnamenti, dottrine e retaggi culturali, una pratica artistica più pura, più autentica, più libera. Tutti, a suo parere, potevano accedere all’arte : indipendentemente dal livello d’istruzione, l’origine etnica, la classe sociale o la salute mentale. Meno si avevano condizionamenti, più era possibile dare corso alla vera inventiva.

I muri
Jean Dubuffet (litografia), Eugène Guillevic (poema)
1950

La vulcanica operosità di Jean Dubuffet era pertanto orientata su più fronti. La ricerca creativa, che nel tempo includerà numerosi ambiti : la pittura, la scultura, l’illustrazione, l’architettura, la sperimentazione letteraria e persino la musica ; la trattazione teorica, ovvero la redazione di testi in cui l’artista esponeva le proprie riflessioni sull’arte ; e infine il collezionismo di manufatti riconducibili all’Art Brut, della quale nel 1948 venne istituita a Parigi l’omonima Compagnia.

Fornello a gas II
Jean Dubuffet
1966. Olio su tela

Con l’intensificarsi dell’attività artistica, Dubuffet si spostò dalla capitale francese a più riprese e per periodi di diversa durata. Sul finire degli anni ’40 effettuò dei viaggi in Algeria, nel deserto sahariano, dai quali trasse l’ispirazione per un’importante serie di quadri, mentre successivamente soggiornò qualche anno a Vence, tranquilla località nel sud della Francia, e per brevi intervalli visse persino negli Stati Uniti.

Tuttavia, malgrado la sua inarrestabile verve creativa, nonché la stima rivoltagli da molte personalità della cultura, il riconoscimento sulla scena pubblica per lui faticò non poco ad arrivare ; e anche quando i suoi lavori iniziarono a comparire in luoghi d’esposizione, questi erano le prestigiose gallerie della Place Vendôme di Parigi, il Museo delle arti decorative, l’Arts Club di Chicago… insomma, l’esatto opposto delle osterie e delle salles des fêtes che lui immaginava come posti ideali per divulgare l’arte tra il popolo.

Jean Dubuffet predicava un’arte semplice, anti-intellettualistica, un’arte che parlasse al maggior numero di persone possibile, però ad ascoltarlo erano alla fin fine i pochi rappresentanti delle cerchie elitarie in cui era maturato. Ma dopotutto guardate le sue creazioni bizzarre realizzate con i materiali più disparati, la terra, il fogliame, il cartone, gli acquarelli dei bambini, guardate le figure sgraziate che affollano i suoi dipinti, oppure provate a leggere i componimenti linguistici quasi incomprensibili che riempiono i suoi fogli e quaderni. Come poteva, l’uomo della strada, l’uomo qualunque da lui idealizzato, capire e apprezzare delle opere così radicali, delle opere così enigmatiche, delle opere, diciamolo apertamente, così brutte ? Era il paradosso dell’arte contemporanea, quello che involontariamente Dubuffet metteva in luce.

Questo articolo mi è stato ispirato dalla mostra Dubuffet, un Barbare en Europe in programma al Mucem di Marsiglia fino al 2 settembre 2019. 

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