L’uomo della luce di Bernadì Roig

Succede che un sabato notte mi ritrovo in centro a Milano, da solo, e mi accorgo che per tornare a casa dei miei devo farmela tutta a piedi. La metro ha smesso di circolare da un pezzo, la linea dei tram in via Larga è interrotta dai lavori pubblici, mentre l’autobus diretto in piazza Bottini, dopo quaranta minuti d’attesa alla fermata vicina a Palazzo Sormani, capisco che posso pure scordarmelo. E allora che faccio ? A passo spedito inizio il lungo itinerario, che se tutto va bene in una buona oretta mi riporterà a casa.

Largo Augusto, via Umberto Visconti di Modrone, via Pietro Mascagni, via Gaetano Donizetti e largo 11 Settembre 2001, appena prima dell’imbocco di via Vivaio. Qui, davanti all’edificio che ospita gli uffici della Provincia di Milano – oggi meglio conosciuta come Città metropolitana – m’imbatto in qualcosa che interrompe il mio cammino. E questa, mi domando, da dove salta fuori, chi ce l’ha messa, perché proprio qui, e innanzitutto : ma che roba è ? Ormai abituatomi a un certo tipo di eccentricità, data la mia frequentazione a dire il vero neanche troppo assidua di musei e mostre d’arte, intuisco che ciò cui mi trovo davanti è il frutto di una pensata creativa, la materializzazione di un’idea complessa, la rappresentazione simbolica di un concetto che trascende la pura apparenza. Insomma, la scultura di un uomo ingobbito da un carico portato sulla schiena, posta all’estremità di una lunga trave metallica che fuoriesce dal marciapiede, non può che essere un’opera d’arte contemporanea.

Incuriosito da questa scoperta che proprio non mi sarei aspettato, considerato il posto, considerate le circostanze, e soprattutto considerata la tarda ora, inizio a guardarmi in giro, nei dintorni della grande installazione, alla ricerca di una targa, un cartello, l’abituale testo esplicativo. Niente, non trovo niente : a corredo dell’enigmatica opera d’arte, nessuno ha pensato di mettere la benché minima didascalia – ed essendo le due di notte, per strada non c’è anima viva cui chiedere informazioni. Che senso ha, mi domando, un uomo che sale una pendenza metallica, perlopiù infiacchito da un peso che gli incombe sul dorso ? Ripensando al mito di Sisifo, il poveretto che ogni giorno doveva portare in cima a un monte un enorme macigno che appena giunto alla sommità rotolava nuovamente a valle, riprendo tranquillo il cammino, e senza altre interruzioni arrivo finalmente a casa.

I giorni successivi, tuttavia, l’apparizione notturna cui ho assistito nei quartieri più centrali di Milano continua a ronzarmi nella testa, pertanto decido di fare una breve ricerca in internet. Scultura uomo via Vivaio Milano : le parole digitate su Google devono essere state più o meno queste, basta poco per svelare il piccolo mistero. L’installazione s’intitola L’uomo della luce ed è opera di Bernadì Roig, artista spagnolo nato nel 1965 a Palma di Maiorca. Sisifo e la mitologia greca, leggo sul sito della Città metropolitana di Milano, non c’entrano nulla con gli intenti dello scultore maiorchino, il suo personaggio in bronzo patinato bianco che incede a fatica su un traliccio sghembo è un monumento dedicato alle vittime delle stragi e del terrorismo.

Inaugurato in una data simbolica, il 27 luglio 2008, anniversario dell’attentato perpetrato in via Palestro a Milano nel 1993, L’uomo della luce ritrae lo sforzo di un’umanità fragile, esitante, un’umanità inconsapevole dei pericoli cui sta andando incontro. L’uomo, pelato, le spalle robuste ma il ventre flaccido, vestito solo con dei pantaloni da lavoro, cammina infatti verso il buio, verso il vuoto, i tubi al neon che porta sulla schiena illuminano unicamente il dietro, il passato, ma non il davanti, l’avvenire. Peccato che oggi l’opera di Bernadì Roig in centro a Milano sia abbastanza diversa da com’era inizialmente : l’illuminazione al neon si è esaurita, mentre l’inquinamento urbano ha offuscato l’originario candore della statua. L’uomo bianco che camminava in direzione del buio tirandosi dietro la luce, è diventato l’uomo nero totalmente circondato dalle tenebre. Più simbolico di così !

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